Ivano Fossati, videointervista: "Scrivere un romanzo mi ha reso un uomo felice"

Ivano Fossati, videointervista: "Scrivere un romanzo mi ha reso un uomo felice"

Sono passati due anni esatti dalla fine della carriera musicale di Ivano Fossati. Dopo avere annunciato il suo ritiro a fine 2011, il 19 marzo del 2012 il cantautore teneva il suo ultimo concerto al Teatro Streheler di Milano. Ed eccoci qua a parlare di nuovo con lui. “Davvero sono due anni oggi? Non mi ricordavo la data precisa, mi ricordo il mese, quello sì”, dice della coincidenza. E' già da un’altra parte, e da tempo.

Un po’ ci si sperava, nel ritorno: si sa che gli addi nella musica non sono mai definitivi. Ma si sapeva anche che l’uomo è di parola, in tutti i sensi. E così Ivano Fossati è tornato, ma senza musica. Almeno non suonata - comunque raccontata. In un romanzo, “Tretrecinque”. Una chitarra - la Gibson 335, appunto - e un uomo, Vittorio Vicenti, che dal Piemonte grazie a quella chitarra va in giro per il mondo - riprendendo un tema famigliare a lui caro, quello degli italiani emigrati (ricordate "Italiani d'Argentina"?). Suona famigliare anche l'idea, la storia della musica che porta lontano? Non proprio, perché di autobiografico in questo libro non c’è nulla. O quasi.

 

Com’e nato questo romanzo? 

E’ nato dopo un periodo di riposo, iniziato due anni fa. Ho viaggiato, ho fatto quelle cose un po’ scontate che si fanno per prendere le distanze. Di solito viaggiare è un buon modo per separare i tempi e le cose l’una dall’altra. Poi mi è venuta voglia di raccontare le orchestrine italiane degli anni ’50 che andavano in giro per il mondo, anche se non sapevo bene che storia innestarci sopra. Sono passati altri mesi, prima che arrivasse l’idea giusta. Poi, parlando con quelli della Einaudi, ci siamo detti che potevamo provarci. Provarci, perché il fatto di avere scritto delle canzoni non significa veramente nulla: non è che se l’hai fatto sei certo di poter narrare per 400 pagine. Ho fatto una prova e ho scoperto di essermi appassionato - non tanto allo scrivere, ma proprio alla storia in sé. Pensavo di scrivere 20 pagine, invece questa passione per la storia mi ha fatto arrivare fino alla fine. 

 

“Tretrecinque”, a tratti, sembra quasi una storia parallela della musica degli ultimi 50 anni, vista da un punto vista diverso, quello di chi suona per far ballare gli altri più che per mettersi in mostra in prima persona.

E’ una storia della musica vista dal basso, non è una storia rock. Avevo un cugino di mia madre che era direttore d’orchestra ai tempi delle grandi navi da crociera, ho avuto un bisnonno clarinettista - ho avuto diversi di questi uomini in famiglia, di quelli che facevamo ballare la gente. La parta intellettuale della musica nasce negli anni ’60-’70, almeno in Italia. Prima si suonava per divertirsi… E’ un mondo molto affascinante, che ho cercato di esplorare nella prima parte del romanzo.

 

Si tende a leggere le canzoni come racconti in prima persona anche quando sono storie. Con il romanzo di un cantante si corre lo stesso rischio… Domanda banale ma inevitabile: cosa c’è di te in questa storia?

Ho cercato in tutti i modi di non mettere niente di me nel romanzo. Non mi piacciono i libri autobiografici, parlare di se stessi è troppo facile. Mi piaceva molto l’idea di esercitare la fantasia e non volevo barattarla con una ricerca in me stesso. Poi, sì, magari qualche scheggia è passata.

 

Però la Gibson 335 che dà il titolo al romanzo è la tua chitarra.

E’ una chitarra che ho usato anche io. E’ una chitarra che usano in molti. Ma l’ho scelta e l’ho messa in mano al protagonista perché è una chitarra molto femminile, sensuale. Può avere una voce scura, vellutata: è una specie di Tina Turner delle chitarre. Per di più, visivamente, ha queste forme arrotondate. Se il protagonista, che è uno che se ne intende del fascino femminile, doveva innamorarsi di uno strumento, era questo.

 

Il tuo personaggio esprime dei giudizi molto forti sul mondo della musica e sul suo ambiente. A partire dall’esergo: “Qualunque idiota ci può riuscire”, dici del pop.

Un po’ le sue idee fanno parte del personaggio. Un po’ sono anche le mie: so come vanno le cose nella musica, so come certe vicende abbiano componenti molto casuali. In un campo che richiede poca cultura, c’è posto per tutti. La musica pop è come la terra promessa, è come l’ovest per gli americani: si va e si cerca di conquistare il proprio territorio. Non è come la musica classica, dove devi essere preparato. Anzi, molte volte se non sei preparato, sei più interessante.

 

Anche su carta, il tuo stile mi sembra riconoscibile: uno sguardo contemporaneamente caldo e lucido, empatico ed impietoso nel raccontare ciò sta attorno….

Nello scrivere il libro non ho fatto nessuno sforzo per stare lontano dal mio modo di scrivere le canzoni. Anche se dilatato, è il mio stile, il mio modo di usare le parole. Ma sono due mestieri molto diversi. E’ un mestiere che si fa in solitudine, in assoluta pace.

 

Che è ciò che cercavi due anni fa quando ti sei ritirato, giusto?

E’ quello che desideravo, sì. Durante i mesi della scrittura sono stato un uomo felice. Puoi scrivere in qualunque momento, in qualunque luogo: in una camera d’albergo piuttosto che in aereo piuttosto che a casa tua. Capita anche con le canzoni - ma non ci sono le prove con gli strumenti, con i musicisti, con i discografici. E’ fantastico, sei solo e sei l’unico a decidere. Ti può portare a sbagliare molto, ma anche a sentirti completamente libero.

 

Due anni dopo: sei contento della decisione presa con il ritiro dalle scene musicali? 

(Sospira).Si, completamente. Sono arrivato a quella decisione preparato - ci pensavo da tempo - e molto sereno. Ma quella serenità si è protratta fin qua. Era il momento giusto. se avessi deciso di staccarmi dai miei concerti e dal fare musica un anno prima o un anno dopo, non sarei rimasto così. Per me, personalmente, era il momento perfetto.

 

Ti saresti immaginato, al momento del ritiro, di ritrovarti in pubblico a presentare qualcosa, seppure un libro e non un disco?

No, non me lo sarei aspettato, ma devo dire che è molto diverso. Io sono scappato dalla routine, che era data anche dal parlare sempre delle stesse cose, allo stesso modo. Intanto si parla d’altro, s’incontrano persone diverse, si procede in maniera differente. Naturalmente starò attento a non farlo diventare una routine in futuro - anche se non ho piani al proposito: vedremo come va questo libro. Però adesso va bene e non mi sembra di essere tornato indietro. Sono già molto felice di essere arrivato in fondo a questa storia.

(Gianni Sibilla)

 

 

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Dall'archivio di Rockol - racconta Giorgio Gaber
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