Live@Rockol: Bocephus King tra Dylan e 'Amarcord', i video

"Cosa volete che vi suoni? Un pezzo da 'Street legal' può andar bene?" Bocephus King, un canadese allampanato e hippie che di vero nome fa James Perry ed è cresciuto sulle sponde dell'Oceano dalle parti di Vancouver, è fatto così. Amichevole, dinoccolato, easy come un Big Lebowsky con la sei corde a tracolla o un predicatore alla Timothy Leary a cui più che pillole psichedeliche interessa dispensare good vibrations Strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci calorosi (se gli ricordi un incontro precedente in una delle sue frequenti incursioni in Italia).

E aneddoti come se piovesse, dettagli di una vita vagabonda e avventurosa da scriverci un libro. C'è tempo solo per due pezzi chitarra e voce (una voce molto espressiva, con le mille sfumature di chi ha la stoffa del cantastorie) e la scelta di "True love tends to forget", una cover da un disco tutto sommato "minore" di Bob Dylan, non è casuale: Bocephus, che tempo fa ne registrò quasi per gioco una sua versione insieme a due maestri musicisti indiani, lo ha riproposto interamente dal vivo in solitaria durante il recente e lungo tour che ha intrapreso in Italia con la nuova formazione della sua Orchestra Familia, durante un "secret gig" a inviti al Folk Club di Torino. .



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L'altra selezione è quasi obbligatoria perché "Willie Dixon God damn!", un originalissimo flamenco gypsy blues che James definisce "un mantra per l'invocazione di uno sciamano e un peso massimo della musica", ha un riff irresistibile anche senza band alle spalle: una canzone simbolo che è già diventata un pezzo irrinunciabile da concerto e un manifesto del suo modo di rimasticare i generi musicali classici con stile moderno e in assoluta libertà:


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Degna chiusura del mini set allestito per Rockol e della bella antologia che la rinata etichetta Appaloosa di I.R.D. gli ha dedicato assemblando selezioni dai suoi cinque album, alcuni dei quali ormai introvabili (e con testi e note riprodotti anche in italiano). Italiano il progetto e italiano anche il titolo, "Amarcord": indubbiamente azzeccato, perché nelle canzoni dello zingaro di Tsawwassen suggestioni e personaggi cinematografici (e a volte felliniani) non mancano di certo.
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