Blue dal vivo all' Alcatraz di Milano: il report del concerto

Blue dal vivo all' Alcatraz di Milano: il report del concerto

Le ore che hanno preceduto il ritorno dal vivo dei Blue a Milano (a pochi mesi di distanza dal sold out di giugno) sono state particolarmente travagliate per le fan del quartetto inglese. E non mi riferisco all’ansia dovuta all’avvicinarsi del concerto dei propri beniamini, quanto più al fatto che uno di questi, Duncan James, ha rischiato di non essere presente al fianco dei propri compagni sul palco dell’Alcatraz. Pare, infatti, che nei giorni scorsi la madre di James sia stata vittima di un piccolo incidente al polso. Incidente seguito da relativo ricovero in ospedale con conseguente contraccolpo sulla tabella di marcia del figlio, in partenza proprio per quel di Milano. L’argomento di conversazione sui forum, sulle varie fan page di Facebook e in coda in attesa di entrare nel locale, non è stato dunque il nuovo disco, “Roulette”, o la potenziale scaletta, quanto più: “Ci sarà Duncan?”. Occhi puntati su Twitter.

Alle nove e venticinque si spengono le luci e parte una lunga introduzione registrata che ha come scopo quello di accogliere sul palco la piccola band di supporto (tastiere, basso, chitarra e batteria) che si sistema alle spalle dei quattro microfoni posti, ovviamente, in primo piano. La scenografia è minimale: un set di luci ben piazzato sullo sfondo e qualche testa mobile a fare da contorno. Superati i due minuti abbondanti, attesa registrata dalle centinaia di smartphone puntati verso il palco, ecco che i Blue prendono finalmente posto al centro della scena, accompagnati da un bel fracasso (l’Alcatraz non è tagliato in due, ma è comunque pieno a metà). Sorridono, ringraziano, agguantano il microfono e si preparano per il primo pezzo. E sì, sono in quattro. Formazione al completo dunque, e pericolo scampato: nelle retrovie, nella cosiddetta “zona papà”, si tirano pesanti sospiri di sollievo.

L’attacco è svelto. “We've got tonight” e “Bubbling” arrivano di fila. I ragazzi iniziano a coordinarsi e a scaldare le voci. Servirà a dire il vero qualche pezzo per entrare in temperatura, ma la cosa pare non tangere più di tanto i presenti, ormai perfettamente in clima live. E di live si può effettivamente parlare, visto il ruolo attivo della band sullo sfondo e, più in generale la struttura che i Blue (o chi per loro) hanno deciso di dare allo spettacolo: una scaletta pensata per dare principalmente rilievo al nuovo lavoro in studio, il disco del “ritorno” (a pelle, ben accolto), inframezzata da qualche pezzo da novanta, riconosciuto in platea, manco a dirlo, ancora prima dell’attacco. Nessun colpo a effetto: al centro ci sono i Blue, le loro coreografie, le quattro voci. Una scelta che pare trovare il gradimento delle tante fan, ancora numerose e, soprattutto, “agguerrite” nonostante siano passati quattordici anni dall’esordio dei Nostri, comprensivi tra l’altro di una “pausa di riflessione”. La parte centrale dello show scorre quindi molto veloce e senza intoppi. A turno Simon, Duncan, Lee (il più loquace e, checché se ne dica, vocalmente dotato) e Antony prendono la parola per ringraziare tutti i presenti e introdurre i vari pezzi; poche parole e qualche trick (botta e risposta tipo: “We say Blue, you say what!”) ma sufficienti a instaurare un buon rapporto tra il palco e una platea costantemente attiva. I Blue ormai non sono più dei novellini, sanno come si sta sul palco e cosa piace ai fan. Mosse e contromosse, supportate talvolta da pezzi con storie interessanti, vedi “Signed, saled, delivered I’m yours”, prestata da Stevie Wonder, o “Sorry it’s seems to be the hardest world” di (e, in originale, con) Elton John. A metà set i quattro si ritirano per un cambio tattico di outfit per poi ripresentarsi belli freschi e tonici. Tra i diciotto pezzi proposti spiccano in modo particolare la nuova “Broken” (seguita da un momento a cappella sottolineato dai Blue stessi: “Sappiamo che la cosa che preferite sono le nostre voci…”), “You make me wanna”, “If you come back” e, ovviamente, “One love”, chiamata a mettere fine alla prima parte della corsa. La pausa porta via solamente qualche minuto, giusto il tempo per rifiatare (del resto cantare e ballare, si sa, non è così semplice) prontamente riempito dal coro spontaneo lanciato dalle prime file: il pezzo è “Breath easy” nella sua versione italiana, “A chi ti dice”, adattata, ai tempi, dal nostro Tiziano Ferro. I Blue colgono la palla al balzo e al rientro si attaccano in corsa proprio al coro, lanciando effettivamente “A chi mi dice” in italiano. La prima strofa e il ritornello li ricordano tutti tranne Costa, che chiede l’aiuto del pubblico prima di dirottare il pezzo in inglese. La chiusura definitiva dopo un’ora e trentacinque minuti spetta però a “All rise”, pezzo tratto dal disco d’esordio, su cui i quattro ringraziano nuovamente dando appuntamento sui social e sul sito ufficiale (interessante notare l’importanza data ai social durante tutto il live, più volte chiamati in causa ed, evidentemente, canale privilegiato per entrare in contatto con il gruppo; vista la quantità di cellulari e macchine foto presenti in sala non c’è da stupirsi).

Fuori dall’Alcatraz, a luci spente, tra gli irriducibili c’è chi reclama questo o quel pezzo (tipo “Curtain falls” o “Guilty”) non pervenuto. Poco male, l’importante per i fan era che pervenissero i Blue, tutti e quattro. E così è stato.

(Marco Jeannin)

SETLIST
“We've got tonight”
“Bubbling”
“Fly by II”
“Too close”
“Ayo”
“Black box”
“U make me wanna”
“Sing for me”
“Paradise”
“Signed saled delivered”
“Heart on my sleeve”
“Sorry seems to be the hardest world”
“Broken”
“If you come back”
“Break you down”
“Hurt lovers”
“Brake my heart”
“One love”

“A chi mi dice/Breathe easy”
“All rise”
 

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