Rockol - sezioni principali

NEWS   |   Pop/Rock / 15/11/2013

Tom Odell in Italia: 'Sono un cantante per necessità'

Tom Odell in Italia: 'Sono un cantante per necessità'

Dopo Jake Bugg e prima di King Krule, Tom Odell è uno dei volti nuovi della florida scena cantautorale britannica. Biondo, carino, ventiduenne, scrive ballate autoconfessionali e pop con un'enfasi sul binomio voce/pianoforte che subito fa pensare a Elton John, uno dei suoi idoli adolescenziali. E ha subito smosso le acque, agguantando grazie al primo album "Long way down" (preceduto da due EP) il primo posto in classifica in Inghilterra e il premio della critica ai Brit Awards 2013. Amato e già discusso (il New Musical Express ha stroncato il disco affibbiandogli un clamoroso zero su dieci, ma lui fa spallucce: "L'NME? E chi è?"), non è un prodotto da talent show anche se ieri sera - in anticipo sul concerto che martedì prossimo, 19 novembre, lo vedrà salire sul palco del Factory di Milano - è stato ospite di X Factor, versione italiana. "In un programma così non avrei avuto chance", spiega. "Sono un cantautore, un cantante per necessità perché volevo dare voce alle mie canzoni. Per me cantare è sempre stata un'esperienza snervante, è un mettersi in mostra che proprio non mi si addice. Credo che se avessi partecipato a X Factor mi avrebbero eliminato al primo turno".

Il colpo di fortuna è arrivato grazie a Lily Allen. "Suonavo a Londra", racconta, "ed è venuta a vedermi. Si è presentata, siamo andati a bere insieme una birra e mi ha chiesto se volessi fare qualcosa con lei visto che aveva appena lanciato la sua etichetta. E' stata la prima persona che ha creduto in me e che mi ha incoraggiato. Sono stato molto fortunato a incontrarla". Ma intanto Tom, a dispetto dell'età, era un artista già formato, forgiato da studi classici di pianoforte. "In realtà", confessa, "non ero molto bravo. Da ragazzo ho ascoltato molta musica classica, Debussy, Schubert, Schumann e gli autori romantici in genere. Più che altro mi ero avvicinato a quel genere per imparare come mettere le dita sul pianoforte, ma non ne ho mai amato le rigidità e le regole. Io le regole le odio da quando ho dovuto farci i conti crescendo in una piccola città (Chichester, Sud Est inglese) e per me musica significa libertà d'espressione. Mi piace scrivere di cose che mi toccano nel profondo e spero che anche le mie canzoni siano toccanti e permettano a chi ascolta di immedesimarsi. 'Long way down' è nato così".

I suoi modelli di riferimento, dice, sono troppi per individuarne uno solo come preponderante. "Non sono uno di quei tipi che si mette ad ascoltare un solo artista per un mese di fila... Sono cresciuto ascoltando Bob Dylan, Tom Waits, Elton John, Leon Russell. Gli Arcade Fire sono la prima band che mi ha appassionato, e oggi mi piacciono Anna Calvi e James Blake". E i Rolling Stones, con cui avrebbe dovuto suonare a Hyde Park? "Grande band. Mi ha onorato molto essere invitato ad aprire quel concerto: purtroppo ero reduce da cinque mesi di tour e mi sono beccato un'infezione che mi ha impedito di salire sul palco. In genere però, preferisco condividere la scena con artisti miei pari, miei coetanei. Come per esempio i London Grammar, già molto apprezzati dalla critica, che hanno aperto i miei concerti sei mesi fa e con cui è stato bello condividere quell'esperienza. Lo stesso è accaduto con Jake Bugg, con cui ho fatto il mio primo tour".

Nella scrittura di canzoni trova pace ("Mi aiuta anche a dormire. Il mio problema è che non spengo mai il cervello, e il songwriting è un modo di mettere pensieri e sentimenti da un'altra parte") e gli piace lavorare all'antica, come mostrano quei manoscritti riprodotti sul booklet dell'album. "Scrivo testi su bloc notes come quello che ho riportato nel libretto: l'ho fatto perché volevo dare un'idea di come lavoro. Tengo una sorta diario, non mi metto a scrivere canzoni al computer in studio di registrazione. Per me la scrittura è un processo naturale e anche piuttosto lento. 'Long way down' è un disco molto autobiografico e volevo trasmettere questa sincerità a chi ascolta". Gli piace essere coinvolto in tutti gli aspetti della produzione, anche se nella realizzazione del secondo video realizzato per "Another love" ha dato mano libera al regista James Thravers .



Contenuto non disponibile


"L'idea che lui voleva trasmettere con quel corto è che spesso non siamo in grado di riconoscere l'amore quando si presenta. La bellezza sta nell'occhio di chi guarda, mentre la reality tv ci ha abituati a desiderare gente bella che corre su macchine veloci, ragazze appariscenti con grandi tette...E' un punto di vista che trovo molto interessante, il suo, e sono contento che l'idea sia andata in porto. La canzone descrive lo stato di chi cerca disperatamente di andare avanti senza restare invischiato nel passato...C'è una famosa scena in 'Io e Annie' di Woody Allen ambientata in una casa di campagna, una cena molto romantica e buffa con le aragoste che scappano dietro al frigorifero. Più avanti Woody cerca di riviverla con un'altra ragazza. Stessa casa, stessa stanza, ma la situazione non è più quella. Mi sembra la descrizione migliore del senso della canzone". Si capisce che il cinema è una sua passione. "Adoro il matrimonio tra musica e immagini, e spero che in futuro si concretizzi un'opportunità di lavorare a qualche progetto cinematografico. Mi piacciono i film. L'ultimo che ho visto è un documentario sulle balene, 'Blackfish', ve lo consiglio. E poi 'Behind the candelabra', il film su Liberace interpretato da Michael Douglas e Matt Damon". E' una delle evoluzioni possibili della sua ancora giovane carriera, ma non l'unica. "Mi sento in movimento, com'è naturale che sia. Oggi sono molto fortunato ad avere una band a disposizione: quel che posso ottenere con una chitarra e una batteria è naturalmente diverso da quanto potevo realizzare solo con la mia voce e il mio pianoforte. Mi sono messo a scrivere canzoni che tengono conto di queste nuove possibilità strumentali. La mia musica sta cambiando ".

Scheda artista Tour&Concerti
Testi