One Direction: la recensione del film 'This is us'

One Direction: la recensione del film 'This is us'

Con "Super size me", nel 2004, il regista, documentarista e umorista americano Morgan Spurlock aveva realizzato un originale film d'inchiesta "sul campo", sperimentando sulla propria pelle i rischi che si corrono pasteggiando per un mese da McDonald's con una dieta a base di hamburger e Coca-Cola. Chi si aspettava lo stesso sguardo penetrante, impertinente, curioso e "indipendente" dal suo concert-movie sugli One Direction che stasera - prima dell'uscita ufficiale nelle sale italiane, il 5 settembre - viene programmato in anteprima, in lingua originale, a Milano (Uci Bicocca), Roma (Adriano) e Napoli (The Space), si metta il cuore in pace.

La pellicola, chiusa da chilometrici titoli di coda che rivelano l'entità dello sforzo produttivo, è una cinebiografia "ufficiale" marchiata Sony e Syco (la società di Simon Cowell, l'ideatore di .X Factor) e nasce con ben altri intenti. Non si tratta di smascherare un'eventuale "rock'n'roll swindle" o di smontare la grande macchina produttiva che sta alle spalle dei cinque ma di tracciare, come da titolo, un ritratto semplice, trasparente e diretto dei ragazzi così come vivono dentro e fuori dal palco, reiterando valori e concetti da loro stessi espressi a più riprese nelle interviste: l'attaccamento alla famiglia (una delle scene clou è quella in cui la mamma di Zayn Malik abbandona la sua modestissima dimora e, in lacrime, ringrazia il figliolo per avergli comprato la casa dei sogni), l'affiatamento e il cameratismo (mai come in questo caso l'unione fa la forza), il rapporto speciale con i (e soprattutto le) fan, commoventi nella loro dedizione, la voglia - per quanto possibile - di aggrapparsi a scampoli di vita "normale" (i ragazzi sconfiggono la noia dei tour con scherzi e travestimenti sotto lo sguardo vigile e condiscendente dei roadies e del tour manager, vanno assieme a pesca e in campeggio immaginando il futuro davanti a un falò) anche se poi Chris Rock si dichiara un ammiratore sfegatato, Martin Scorsese si congratula con loro nel backstage, Cristiano Ronaldo gli insegna a battere le punizioni e i cinque vengono invitati in Ghana ad incontrare coetanei molto meno fortunati di loro.

Montaggio veloce, struttura classica: gli umili inizi proletari in Irlanda e in Inghilterra, i ricordi di scuola e i primi approcci con la musica, le lacrime, le delusioni e le gioie della partecipazione a X Factor, l'improvviso incredibile successo scandito dai dischi in classifica, i servizi dei telegiornali, i sold out nelle arene e negli stadi, i tour bus e gli aerei che portano il gruppo dalla O2 Arena di Londra al Madison Square Garden di New York, da Parigi a Tokyo, da Amsterdam a Città del Messico (non mancano i souvenir italiani, a Milano e all'Arena di Verona), ovunque davanti a una folla oceanica e globalizzata di "directioners" urlanti estasiate e felici. Scene già viste, e che si ripetono ciclicamente ad ogni cambio generazionale per motivi sempre misteriosi e difficili da spiegare: Cowell, il deus ex machina che si prende il merito della geniale intuizione di averli messi insieme trasformando cinque mezzi fallimenti in un trionfo, spiega pragmaticamente di essersi accorto che qualcosa di strano e inusuale stava accadendo quando, dopo la prima apparizione del quintetto in tv, gli 1D iniziarono da subito ad essere attesi al varco da centinaia di fan scatenate ("le ragazze non sono pazze, sono solo eccitate", spiega compunto un neurologo illustrando gli effetti benefici della liberazione delle endorfine). Loro, come è giusto, sono coprotagoniste a pieno diritto del docufilm: ballano, cantano, piangono e davanti alle telecamere raccontano di sentirsi amate, apprezzate, spronate a dare il meglio di sé e a realizzare i propri sogni. E la musica è ovviamente l'elemento portante del racconto, soprattutto nelle abbondanti e dinamiche sequenze live in 3D in cui i cinque snocciolano hit come "Up all night", "Kiss you" e "What makes you beautiful" e in cui sembra davvero di poterli toccare, Zayn, Niall, Harry, Liam e Louis. Per adepte al culto e  "directioners" di tutto il mondo basta e avanza, "This is us" è un film fatto soprattutto per loro. Per le analisi sociologiche, gli approfondimenti, i paragoni con analoghi fenomeni di isteria collettiva (abbastanza improponibile quello con la Beatlemania: altra musica, altri tempi, altri fermenti sociali) ci sarà tempo e modo, magari, un'altra volta. (am)

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