NEWS   |   Recensioni concerti / 07/07/2013

Glen Hansard & Lisa Hannigan live @ Carroponte: il report del concerto

Glen Hansard & Lisa Hannigan live @ Carroponte: il report del concerto

Ci sono artisti che si danno totalmente al pubblico e vivono dello scambio osmotico con esso: Glen Hansard è uno di questi e il concerto tenuto ieri, 6 luglio, al Carroponte ne è stata l'ennesima dimostrazione. Tre ore di live intenso, a ripercorrere trasversalmente una carriera che comprende Frames, Swell Season e il primo disco solista "Rhythm & repose" uscito un anno fa. Esattamente come lo scorso Febbraio al Limelight di Milano, l'artista irlandese arriva accompagnato dai compagni di una vita, ovvero i Frames (Joe Doyle al basso, Rob Bochnik alla chitarra, Graham Hopkins alla batteria e Colm Mac Con Lomaire al violino) con l'aggiunta di un tastierista, una sezione di archi e una di fiati. E come la volta scorsa troviamo di supporto la deliziosa Lisa Hannigan, così eterea, timida e maledettamente ispirata nel suo spoglio ed essenziale folk: questa è anche la sua ultima data con Glen Hansard e forse per questo motivo il set di circa trenta minuti risulta molto intenso. Alle 20 e 45 la Hannigan sale sul palco. Inizialmente da sola e poi accompagnata dai Frames, la ragazza nata a Dublino e cresciuta a County Meath conquista tutti per l'ennesima volta; imbracciando mandolini e chitarre classiche, Lisa canta con la sua consueta voce angelica colorandola spesso di una grana scura e assolutamente ipnotica. Vestita con garbo e senza eccessi, sembra quasi che entri nell'iperuranio quando è sul palco: un'artista che bada alla sostanza delle cose riuscendo a trasmettere allo stesso tempo una sensazione di immediatezza e unicità.
Alle 21 e 30 mentre il suo ensemble sale sul palco, Glen Hansard appare tra il pubblico, non amplificato in perfetto stile busker, e attacca "Say It to me now" manco fosse l'inizio del film "Once": in realtà è l'inizio di un concerto che durerà tre ore precise e che darà l'esatta misura di ciò che Hansard è in questo momento. Vale a dire un artista perfettamente a proprio agio in una dimensione di grossa empatia con il suo pubblico, capace di passare da momenti di estrema delicatezza e intimità performativa a momenti di pura jam session rock con interventi solisti da parte della sua band e della sezione di fiati. Glen Hansard si diverte a giocare con i suoi musicisti sul palco, racconta le canzoni, crea siparietti con il pubblico e il barman (invitato a fargli arrivare degli shots sul palco), interagendo anche con la crew ai lati del palco; si avverte che è una necessità comunicativa che procede di pari passo con quella creativa.
Sono pochi i brani in scaletta tratti dal repertorio dei Frames: appena "Fitzcarraldo", "When Your Mind's Made Up" e "People Get Ready"; molto spazio viene dato invece al disco solista che viene suonato per circa la sua metà. Scorrono in rapida successione "Maybe not tonight", di ispirazione harrisoniana nel riff e nel suono della chitarra, "Talking to the wolves", con il nervoso incedere ritmico dato dal collaudato groove di basso e batteria, e le due ballate "Bird of sorrow" e "High hope" (per la quale Glen chiede l'aiuto del pubblico a supportare i cori nel ritornello). Un cenno a parte merita "This gift", dalla colonna sonora del film “The Odd Life Of Timothy Green”, e il singolo "Love Don't Leave Me Waiting", che si trasforma in un medley che sa di funk e rhythm'n'blues con le cover di "Respect" e "Baby please don't go". Proseguendo il gioco di rimandi arriva anche la cover di Van Morrison "Astral weeks" e una citazione di "Love, Reign O'er Me" di townshendiana memoria e di “Smile” dei Pearl Jam: è musica totale, contaminata, che ben volentieri trascende dalla forma canzone.
Non mancano episodi tratti dal film Once e dal progetto Swell Season. Immancabili "Leave", "Low rising" e "Gold", suonata senza microfoni sul bordo del palco assieme alla band e Lisa Hannigan; con lei arriva anche il momento del duetto sul suo brano "O Sleep", fantastico preambolo al Premio Oscar "Falling Slowly" che risulta di particolare intensità quando Glen scostandosi dal microfono le sussurra "sing" poco prima del ritornello. E' questo il congedo "ufficiale" della Hannigan che da questo momento in poi resterà comunque sul palco fino alla fine dello spettacolo. Che, proprio come un paio di mesi fa a Milano, si chiude con una lunga versione di "Passing through" (un brano portato alla notorietà da Pete Seeger e Leonard Cohen): senza microfonazione, con la band che in fila indiana scende tra il pubblico e lentamente si dirige sull'altro palco del Carroponte, assolutamente spoglio, per continuare a cantare tutti insieme con il pubblico ormai divertito e rapito dal fatto che ormai non c'è più alcuna distanza con l'artista e la sua band. C'è ancora voglia di suonare, di stare tra la gente, di darsi: sono passate tre ore ma non sembra assolutamente così.

(Stefano De Stefano)

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