Jovanotti, festa multicolore e multimediale a San Siro

Jovanotti, festa multicolore e multimediale a San Siro

Un vestito giallo, rosso e blu con scarpe stringate di vernice nera. Un classico completo nero con stivaletti d'argento. Una cravatta scura sotto una giacca multicolore. Una cravatta leopardata sotto una giacca bianca.
Il “Backup Tour” è come gli abiti di scena di Jovanotti: un misto di classico e sgargiante, un ricercato pugno nell’occhio (e nelle orecchie, e nella pancia). Un “Megamix” di contrasti.
Lo spettacolo di Jovanotti arriva alla seconda data milanese, quella di giovedì 20, già rodato. E’ una macchina oliata alla perfezione, dopo 5 date di un tour che andrà avanti per altre 8, fino a fine luglio. Il colpo d’occhio dello stadio è imponente: un palco gigantesco, dominato da tre megaschermi e una passerella che arriva oltre metà campo. Gli spalti sono pieni - anche se con qualche migliaio di persona in meno rispetto alla prima serata, dicono gli organizzatori (il terzo anello non è utilizzato, tranne per il lato lungo opposto al palco).
Introdotto dal tema di “Django”, che arriva a sua volta dopo una lunga apertura con Il Cile, Tre Allegri Ragazzi Morti e un po’ di discoteca a cielo aperto, Lorenzo sale sul palco alle 21 in punto. La sequenza iniziale è subito da festa, da “Ciao mamma” a “Non m’annoio”. Gli schermi, in questa prima fase, servono da sfondo, rimandano le immagini del concerto, puro e semplice. L’inizio permette di far notare da subito la potenza del suono della storica band di Jovanotti. E anche di fare capire che l’obbiettivo è riempire lo stadio, non solo di pubblico ma di parole, note e immagini, un sovraccarico musical/visivo in cui tutto viene vestito in maniera diversa: le canzoni con nuovi arrangiamenti, la band con nuovi elementi (i fiati), gli schermi con nuovi software che scompongono e ricompongono quello che succede sul palco. Ogni tanto sono i vestiti colorati che prendono il sopravvento, come nella seconda parte del concerto, quella che comincia con “Tensione evolutiva”: i megaschermi cominciano a mandare immagini in grafica, il corpo di Lorenzo viene ripreso, e modificato in diretta attraverso dei Kinect, quelli che solitamente si usano a casa per giocare su una console.
I visual, curati da I Ragazzi Della Prateria, da soli fanno quasi uno spettacolo a sé, anche se sono integrati nella e per la musica: la completano, la sovrastano, disegnano una paletta visiva degli umori e dei mondi di riferimento delle canzoni. Raramente sono di troppo, forse solo in “Gente della notte”, cantata per voce e chitarra, mentre gli schermi che rimandano i viaggi notturni di un truck illuminato (effetto visivamente bello ma che toglie un po’ di poesia ad una delle canzoni più belle di Lorenzo).
Spesso Jovanotti fa prevalere il suo completo classico: non solo cantando voce e chitarra, ma anche quando intona “Le tasche piene di sassi” e “Terra degli uomini” o come quando rende omaggio ai classici accennando in fila “La notte dei miracoli” di Lucio Dalla, “Certe notti” di Ligabue, “Una notte in Italia” di Fossati, “Notte prima degli esami” (Venditti) e “L’uomo in frac” (Modugno). E poi canta, balla, corre senza sosta da una parte all’altra dello stadio, incita il pubblico, che risponde cantando e ballando (alla prima canzone sono già tutti in piedi, anche sugli spalti). Non gioca solo con il pubblico ma anche con le telecamere che rimandano la sua immagine ingigantita, trasformata. Insomma, se non fosse banale e se non l’avesse già detto lui, e dopo di lui non avessero già usato questa stessa frase chissà quanto altri giornalisti, si potrebbe dire che si vede che questa, quella dentro uno stadio, è la vita che sognava da bambino.

Ma non è solo spettacolo, è concerto: perché alla fine tutto si regge sulle scarpe di vernice o sul completo scuro: la musica. E quindi sulla band, che crea un vero e proprio muro del suono, dalle note dure e sintetiche di “Ti porto via con me” alle chitarrone che emergono in “Tanto tanto tanto”, al riarrangiamento in chiave reggae/dub di “Bella” e “Un raggio di sole”. Anche le canzoni sono state ripensate per riempire lo stadio.
Doveva essere una festa, nelle intenzioni di Lorenzo. E una festa è stata, dall’inizio alla fine. Una festa tanto tradizionale - come tradizione sono i concerti negli stadi, come tradizionale è il suono di una band che gira a mille - quanto ambiziosamente tecnologica, multicolore e multimediale. Ciò che si vede sul megaschermo è realtà e metafora: Lorenzo e la sua musica, scomposta e ricomposta con nuove forme, in uno spazio enorme.

(Gianni Sibilla)

Dall'archivio di Rockol - Lorenzo racconta "Oh, vita!": la videointervista
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