NEWS   |   Recensioni concerti / 30/05/2013

Concerti: Dream Syndicate al Bloom, il report

Concerti: Dream Syndicate al Bloom, il report

In un Bloom strapieno come non lo si vede di frequente, si è celebrata la memoria di un sound e una band epocali. Ma i re del Paisley Underground non ci stanno a lasciarsi andare alla nostalgia fine a se stessa e dunque la cerimonia si svolge con un ghigno sardonico dipinto sul viso: come dire… “rieccoci qui, vi abbiamo in pugno e lo sappiamo, ma non ci prendiamo troppo sul serio”.

Wynn e i suoi rinnovati Dream Syndicate, in effetti, hanno già vinto per ko tecnico prima ancora di suonare una sola nota: il pubblico (età media abbondantemente over 30, forse tendente all’over 40) è lì per loro senza se e senza ma, pronto a cantare tutti i ritornelli – anche se i bravi supporter Cheap Wine, in versione acustica e con formazione ridotta, ce l’hanno messa tutta sul palco.
È così che l’attacco dei Dream Syndicate – ruffiano al punto giusto, ma anche altamente simbolico – con la cover di “See that my grave is kept clean” è come un gancio in pieno volto all’inizio di un incontro di pugilato: si capisce subito chi comanda e quanto picchierà duro.

La band sul palco è algida e professionale, ma al contempo pronta a piccoli scherzi e giochi di sguardi: si divertono mentre macinano riff e brani pescati da tutto il repertorio. Wynn, sornione, con il suo look tipico (giacca e t-shirt) e la Tele al collo ammicca, gioca a far cantare il pubblico, scambia qualche battuta. E il momento che rappresenta la chiave di lettura dell’intero concerto (se non dell’intera reunion del gruppo) arriva proprio dalla sua introduzione prima di “Bullet with my name on it”: “Non so perché, ma i Dream Syndicate cantavano spesso di pistole… e nessuno di noi aveva mai sparato. Dennis [rivolto al batterista], tu hai mai sparato? Io una volta sola [si copre il volto con una mano e finge di sparare, tremante, con l’altra]: ho colpito un barattolo e ci sto ancora male adesso”. Autoironia tagliente, subito bilanciata da una versione da levare il respiro del brano, che uccide le risatine del pubblico, lasciandolo al tappeto.

Insomma, i Dream Syndicate del 2013 sono questo: una macchina da guerra sardonica e consapevole, capace di regalare un concerto generosamente lungo (con doppi bis addirittura) e impeccabile; forse la scelta della scaletta è stata lievemente bizzarra, per via di alcuni brani proposti in sequenza, nella prima parte, che hanno settato un mood iniziale vagamente “trattenuto”… ma il crescendo si è avuto nella seconda frazione, culminata con una “John Coltrane stereo blues” senza pietà.

(Andrea Valentini)

 

Scheda artista Tour&Concerti
Testi