Concerti: Dream Syndicate al Bloom, il report

Concerti: Dream Syndicate al Bloom, il report
Credits: Tammy Shine

In un Bloom strapieno come non lo si vede di frequente, si è celebrata la memoria di un sound e una band epocali. Ma i re del Paisley Underground non ci stanno a lasciarsi andare alla nostalgia fine a se stessa e dunque la cerimonia si svolge con un ghigno sardonico dipinto sul viso: come dire… “rieccoci qui, vi abbiamo in pugno e lo sappiamo, ma non ci prendiamo troppo sul serio”.

Wynn e i suoi rinnovati Dream Syndicate, in effetti, hanno già vinto per ko tecnico prima ancora di suonare una sola nota: il pubblico (età media abbondantemente over 30, forse tendente all’over 40) è lì per loro senza se e senza ma, pronto a cantare tutti i ritornelli – anche se i bravi supporter Cheap Wine, in versione acustica e con formazione ridotta, ce l’hanno messa tutta sul palco.
È così che l’attacco dei Dream Syndicate – ruffiano al punto giusto, ma anche altamente simbolico – con la cover di “See that my grave is kept clean” è come un gancio in pieno volto all’inizio di un incontro di pugilato: si capisce subito chi comanda e quanto picchierà duro.

La band sul palco è algida e professionale, ma al contempo pronta a piccoli scherzi e giochi di sguardi: si divertono mentre macinano riff e brani pescati da tutto il repertorio. Wynn, sornione, con il suo look tipico (giacca e t-shirt) e la Tele al collo ammicca, gioca a far cantare il pubblico, scambia qualche battuta. E il momento che rappresenta la chiave di lettura dell’intero concerto (se non dell’intera reunion del gruppo) arriva proprio dalla sua introduzione prima di “Bullet with my name on it”: “Non so perché, ma i Dream Syndicate cantavano spesso di pistole… e nessuno di noi aveva mai sparato. Dennis [rivolto al batterista], tu hai mai sparato? Io una volta sola [si copre il volto con una mano e finge di sparare, tremante, con l’altra]: ho colpito un barattolo e ci sto ancora male adesso”. Autoironia tagliente, subito bilanciata da una versione da levare il respiro del brano, che uccide le risatine del pubblico, lasciandolo al tappeto.

Insomma, i Dream Syndicate del 2013 sono questo: una macchina da guerra sardonica e consapevole, capace di regalare un concerto generosamente lungo (con doppi bis addirittura) e impeccabile; forse la scelta della scaletta è stata lievemente bizzarra, per via di alcuni brani proposti in sequenza, nella prima parte, che hanno settato un mood iniziale vagamente “trattenuto”… ma il crescendo si è avuto nella seconda frazione, culminata con una “John Coltrane stereo blues” senza pietà.

(Andrea Valentini)

 

Steve Wynn presenta “The Universe Inside” dei Dream Syndicate per Rockol, dal vivo da New York
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