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NEWS   |   Pop/Rock / 16/10/2012

'Led Zeppelin - Celebration day': il film

'Led Zeppelin - Celebration day': il film

I diciottomila fortunati che il 10 dicembre del 2007 si trovavano in carne ed ossa alla O2 Arena di Londra sanno già cosa aspettarsi. Ma per gli altri diciannove milioni e 982 mila che all'epoca andarono inutilmente alla caccia di un biglietto è arrivato finalmente il momento tanto atteso: si preparino, loro e e gli altri fan dei Led Zeppelin e del rock'n'roll, ad assistere a uno sfoggio quasi sovrannaturale di forza e coesione, a una dimostrazione impressionante di magia alchemica e telepatia musicale. Tanto più inattesa e sorprendente se si ricordano gli imbarazzi, gli intoppi e i balbettii di quelle esibizioni raffazzonate al Live Aid e al concerto per il quarantennale della Atlantic, quando i tre membri superstiti della band erano più giovani e, almeno in teoria, più energici di cinque anni fa.

"Led Zeppelin - Celebration day", che domani 17 ottobre sbarca per un giorno soltanto al cinema nello splendore dell'alta definizione e dell'audio 5.1 (qui l'elenco delle sale italiane che lo proiettano), è davvero un'occasione per far festa. Dick Carruthers, regista di fiducia della band, non ha avuto bisogno di imbastire un racconto alternativo a quello, avvincente, che si snoda lungo i 124 minuti del concerto: pochissime parole  (e un bell'aneddoto raccontato da Robert Plant: John Bonham e la moglie Pat che amavano cantare a ripetizione "The wind cries Mary" di Jimi Hendrix),  niente interviste e nessuna ripresa nel backstage, poche e funzionali inquadrature del pubblico in estasi. Le multicam della troupe puntate dritte sui quattro protagonisti alternano primi piani da fronte e retro palco alle immagini sgranate di un Super 8 piazzato in mezzo al pubblico, in un'esplorazione continua di volti e sguardi, corde e tasti, alla ricerca della luce maliziosa che illumina il volto rugoso di Plant, dei muscoli instancabili di Jason Bonham, dello sguardo divertito e della sapienza musicale di John Paul Jones, del sudore e delle smorfie di un Jimmy Page dandy ed elegantissimo.

Che di occasione celebrativa si tratti lo sottolineano subito le immagini diffuse da un televisore vintage, un reportage d'epoca che racconta di quel 5 maggio del 1973 quando allo stadio di Tampa, in Florida, i Led Zeppelin infransero il record di incassi e di affluenza a un concerto fino ad allora detenuto dai Beatles. E che quelle due ore abbiano un filo narrativo da riavvolgere lo dimostra la scelta del pezzo cui è affidata l'apertura del concerto, "Good times bad times", prima canzone del primo album datato gennaio 1969. I motori sono già caldi e l'impatto è subito fortissimo, anche se Plant non sfoggia più l'acuto stridente d'antan e Page non ha più la scioltezza dei vent'anni. Poco importa, perché i Led Zeppelin del nuovo millennio hanno enorme fiducia nei loro mezzi e nessuna ruggine da scrollarsi di dosso: anche in versione 2007 le loro canzoni svettano come maestose cattedrali di luci e ombre, miracoli di dinamica e di potenza. Page e Plant sono più in palla che nei tour degli anni '90 visti anche in Italia, Jones al basso è un "solista ritmico" straordinario, e alle tastiere ricama atmosfere spettrali (una "No quarter" impeccabile) o implacabili funk alla Stevie Wonder ("Trampled under foot"). E Bonham Jr., per chi non lo conosce, è la grande sorpresa: ha più tecnica del padre ed è quasi altrettanto devastante, un'arma letale senza cui uno show come questo non si sarebbe neppure potuto concepire. Niente acustiche o mandolini sul palco, molto spazio al rock più granitico e all'hard blues: e oggi - dopo anni di "scippi" non dichiarati, come si usava fare nei Sessanta e Settanta - Plant è ben lieto di saldare i debiti citando i padri ispiratori di "Nobody's fault but mine" e "Trampled under foot", Blind Willie Johnson e il Robert Johnson di "Terraplane blues". E' bello ascoltare pezzi mai eseguiti, o quasi, dal vivo dalla band ("Ramble on", "For your life"), elettrizzante risentire i cori del pubblico sul ritornello di "Black dog", la slide lancinante e il lamento sofferto di una monumentale "In my time of dying", l'armonica sbuffante di "Nobody's fault but mine", l'emozione di una "Stairway to heaven" di cui una spettatrice canta l'ultima strofa piangendo, la trionfale cavalcata di "Kashmir" e una "Since I've been loving you" così bella e intensa che alla fine Plant e Page si sciolgono in una risata soddisfatta e liberatoria.

Ogni cerimonia ha i suoi rituali, e qui ci sono tutti: il misterioso "zoso" e i tre cerchi di John Bonham tatuati sul braccio di Jason, il dirigibile del primo album sulla cassa della batteria, l'archetto di "Dazed and confused", la Gibson a doppio manico di "Stairway to heaven", il theremin di "Whole lotta love". E pure la "gabbia" di luci al laser e le immagini sdoppiate di Page che citano esplicitamente le famose sequenze di "The song remains the same", il film del 1976 che gli stessi Zeppelin considerarono un'occasione mancata di celebrazione della loro potenza live. "Celebration day" rende giustizia e riporta tutto a casa, l'omaggio al guru della Atlantic Ertegun ("Ahmet, we did it!", esclama Plant a un certo punto) ha innescato la scintilla. Volevano ricordare a tutti come e perché, negli anni Settanta, fossero diventati la più grande attrazione dal vivo del rock'n'roll circus. Ci sono riusciti: dalla visione di "Celebration day" si esce con la convinzione che nel 2007 la più grande rock band del mondo erano ancora e sempre i Led Zeppelin. (am)

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