Concerti, Joe Jackson: 'Anche sul palco mi ispiro a Duke Ellington'

Concerti, Joe Jackson: 'Anche sul palco mi ispiro a Duke Ellington'

A fine ottobre arriva in Italia per tre concerti a Udine, Milano e Roma. Ma intanto Joe Jackson ha terminato da poco un tour nordamericano in cui, accompagnato dalla sua "Bigger Band", ha iniziato a presentare in pubblico il nuovo album di reinterpretazioni ellingtoniane alternandole a classici e vecchie pagine del suo repertorio.

Il disco nuovo, "The Duke", lo ha visto tornare a un vecchio amore, il jazz degli anni ruggenti, ma con un atteggiamento molto diverso da quello che più di trent'anni fa caratterizzò "Jumpin' jive", sbarazzino e divertente tributo alla musica di Louis Jordan, Cab Calloway e Louis Armstrong. "Sono due cose completamente diverse", conferma l'inglese nativo di Burton upon Trent. " 'Jumpin' jive' voleva essere un puro divertimento. All'inizio non avevo neppure pianificato di fare un album o un tour, solo qualche concerto nei pub. Ma poi l'idea si sviluppò.Restammo fedeli agli arrangiamenti originali perché non si trattava di un progetto ambizioso e anche perché allora ero un musicista molto meno esperto di oggi. Su 'The Duke', invece, ho riflettutto a lungo. E sicuramente si tratta di un progetto molto più avventuroso. Non volevo incidere un disco di swing rétro, volevo fare un disco di Joe Jackson datato 2012 ma basato sulle composizioni di .Duke Ellington".

Una scelta radicale, che ha spinto Jackson a evitare ogni confronto con gli originali eliminandone uno degli elementi caratteristici, le sezioni fiati. "Ho preservato solo le melodie originali, e in gran parte (ma non sempre) le sequenze di accordi: giusto al punto da renderle ancora riconoscibili. Tutto il resto è differente". Non è la prima volta che Jackson si avvicina in pubblico alla musica del "Duca", sul palco (e in qualche disco dal vivo) aveva già riproposto classici come "Mood indigo". Segno di un amore di lunga data: "Sì, credo di averlo ascoltato per la prima volta quando avevo 15 o 16 anni ma non ricordo quali sono le prime cose che ho sentito. E' passato troppo tempo!".


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"Ellington", spiega, "mi ha ispirato anche nello scegliere i collaboratori dell'album. Lui si è sempre circondato di grandi musicisti, ognuno dei quali poteva a buon diritto ritenersi una star. E ha sempre concesso loro un po' delle luci della ribalta assumendosi la responsabilità del concetto globale, del 'grande disegno'. Volevo avere accanto a me gente interessante e carismatica, che non provenisse necessariamente dal mondo jazz". Si spiega così la presenza in studio di Iggy Pop
e Steve Vai

, e la scelta di far cantare i vocalist ospiti anche in portoghese e in farsi, la lingua persiana.

"Beh, Steve aveva già lavorato con me in 'Symphony no. 1'. Ammetto di avere un problema con le parole di alcune canzoni di Ellington, che vennero scritte come brani strumentali: i testi sono stati aggiunti in un secondo momento dagli autori più diversi e in alcuni casi sono terribili. Sono il punto debole di Ellington, soprattutto nel caso di 'Caravan': il motivo strumentale è esotico e misterioso ma le parole sono così banali che in qualche modo ne riducono l'efficacia. Quando ho chiamato Sussan Deyhim, con cui avevo già lavorato ai tempi di "Night and day II", lei mi ha raccontato che Caravan si traduce allo stesso modo in arabo e in farsi, cosicché le ho chiesto se le sarebbe piaciuto cantarla in quella lingua.ne è stata entusiasta! Sono anche un grande fan degli Zuco 103, e il loro modo di miscelare ritmi brasiliani e drum'n'bass sembrava perfetto per come intendevo rendere 'Perdido'. Ancora una volta, le parole sono dozzinali ma in portoghese suonano meglio. O quantomeno diverse". E' mancato qualcuno all'appello, tra i musicisti che Jackson aveva in mente? "No, in linea di massima ho avuto a disposizione la gente che volevo. E' interessante: a volte si ha timore di chiedere, ma in realtà se gli proponi qualcosa di stimolante e di diverso da quel che fanno di solito gli artisti rispondono alla chiamata. E lo fanno proprio perché nessuno osa mai fargli una proposta così!". .



La "bigger band" con cui Jackson si esibirà anche in Italia, tre uomini e tre donne di varia provenienza geografica ed estrazione musicale, sfoggia collaboratori più o meno usuali come Sue Hadjopoulos, con lui già dai tempi di "Night and day", e la vocalist/multistrumentista Allison Cornell (vista nel tour di "Night and day II"), accanto alla quotatissima violinista jazz Regina Carter, al bassista Jesse Murphy, al chitarrista Adam Rogers e al batterista Nate Smith (non c'è stavolta il fedelissimo alter ego, Graham Maby: purtroppo, spiega Joe, "sua moglie è morta di cancro circa un anno fa.

E' per questo che per un po' ha deciso di non andare in tour, vuole stare accanto ai suoi figli"). E a leggere le scalette o a curiosare tra i video postati su YouTube si capisce che ci sarà da divertirsi. Perché accanto alle medley e alle cover ellingtoniane, compresa una "In a sentimental mood" non inclusa in "The Duke" ("E' il mio motivo preferito di Ellington, ma per l'album non sono riuscito a trovare un modo di riarrangiarla abbastanza convincente e originale") una delle attrazioni dei concerti sarà come sempre la reinvenzione del vecchio repertorio, i classici immancabili ma anche qualche inatteso ripescaggio da album come "Big world" (1986) e "Laughter and lust" (1991). "E' sempre molto divertente riarrangiare vecchie canzoni", conferma Jackson. "E anche in questo caso ho preso spunto da  Ellington, che lo faceva continuamente. Stavolta, avendo a disposizione una band così numerosa e talentuosa, ho anche potuto permettermi qualcosa di abbastanza sorprendente: tornare agli arrangiamenti originali, che non venivano eseguiti da molti anni". .



Apparentemente molto soddisfatto di starsene al di fuori dei giochi del music business dopo il momento di grande popolarità riscosso nei primi anni '80 ai tempi di "Night and day" e "Body and soul" ("in realtà", dice, "ho molto meno controllo di queste cose di quanto si immagini"), Jackson è ancora un attento, per quanto non assiduo, "esploratore" di musica: ""Credo che il mainstream si sia ormai ridotto a un numero ristretto di cose molte prevedibili, e oltre quello esiste una scena enorme e frammentata che richiede grossi sforzi per essere esplorata. Però mi piacciono i nuovi album dei Galactic e degli Antibalas. E se scopro qualcosa di bello datato anni Quaranta o Sessanta ne sono felice perché per me si tratta di una novità. Che sia di moda o no, non mi importa".

E' più restio, Jackson, a parlare delle sue prossime mosse, ma sembra stavolta che il vecchio progetto teatrale ispirato allo scrittore irlandese Bram Stoker, l'autore di "Dracula", possa finalmente andare in porto.

"Lo ripeto per la milionesima volta: non riguarda il fottuto Dracula!", sbotta Joe per evitare fraintendimenti. "E' un'opera su Stoker, la sua vita, il suo mondo, il suo pensiero. E non è un musical tradizionale in stile 'Broadway' ma qualcosa di più originale. E' emersa un'opportunità di concretizzare la produzione l'anno prossimo. Ma non posso dire niente di più perché non c'è ancora nulla di definitivo. E' un mondo diverso dal mio, e non ho il controllo su niente che non sia la musica: come del resto avviene in ogni caso". Di sicuro c'è che, dopo essersene andato anni fa da New York, sdegnato dallo "smoking ban" che limita di molto la libertà dei fumatori, Jackson si fa vedere sempre più spesso nella Grande Mela. "Sto cercando di vivere a Berlino", dice Joe, "ma New York continua a trascinarmi indietro. Una volta eravamo amanti, oggi siamo soltanto amici". .

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