Madaski, un techno cowboy che ama il ballo

“Make up, mascara e merletti non fanno per me”, ironizza Madaski nella presentazione del suo nuovo disco, “Dance or die”.

Perché le cose, come continua il musicista sogghignando, si possono fare tutte, basta metterci un po' di ironia. E Madaski di ironia ne ha parecchia da vendere dall'alto dei suoi due metri di altezza, assolutamente privi di merletti, certo, ma addobbati come si deve: lunghi e sottili fili di dreadlock che gli cadono dalla testa rasata sulle spalle, anelli di ogni foggia e dimensione e una maglia – quella dei Negazione – che lo “fanno sentire più giovane”, come continua lui scherzando. Ma oggi, venerdì 5 aprile, negli uffici milanesi della V2 dove incontriamo il gigantesco Madaski non c'è molto da scherzare; l'attesa, al contrario, si fa succulenta e frizzante, perché tra una settimana esatta, il 12 aprile prossimo, “Dance or die” raggiungerà gli scaffali dei negozi di dischi. E con un titolo come “Balla o muori”, il torinese Francesco Caudullo, in arte Madaski e per definizione “re italiano del techno beat e del remix”, preannuncia un lavoro effervescente. Lui, però, pur ammettendo di amare i giochi di parole, preferisce definirsi un “techno cowboy”, un essere ibrido che arrivato al terzo millennio mescola nell'abbigliamento la simbologia Rastafari a quella punk, dark e della cultura del dancefloor. “Il ballo? Mi piace moltissimo. Ma se devo dirti la verità la cosa più bella per me è ballare il reggae. Lo trovo molto più sensuale di qualsiasi altro tipo di musica”. Anche se Madaski considera gli Africa Unite un gruppo molto aperto, “fatto di amici che attualmente sono impegnati in cinque diversi progetti”, e oggi sia a parlare con noi del nuovo lavoro, la sua mente ogni tanto torna a Bunna e compagni, con i quali ha suonato migliaia di date facendo ballare fino allo sfinimento il pubblico italiano. “Con questo disco ho voluto fare qualcosa di totalmente diverso da ciò che faccio con gli Africa Unite, ma d'altronde è sempre stato così. Il reggae, in fondo, è un po' una costrizione, perché basta sgarrare di un millimetro che hai cambiato genere. Io ho avuto bisogno di dire delle cose con le quali mi trovassi perfettamente a mio agio. Se dovessi riassumere in poche parole questo concetto, utilizzerei 'carta bianca'. Madaski, in fondo, è la parte oscura degli Africa Unite”. Libero, dunque, di mescolare una varietà di suoni che unisce chitarra noise con suoni dark, musica techno e dub alla new wave e all'industrial. Madaski sperimenta, chiuso nel suo studio di Pinerolo, tutto quello che gli viene in mente, facendo un tuffo nel passato, in quegli anni '80 così spesso disprezzati ma che, in fondo, hanno portato qualcosa di buono. Per esempio “gli immensi Ultravox, quelli pre-Midge Ure. Ho scelto 'Quiet men' anche se è un brano non troppo conosciuto perché già lo suonavo nel 1980 con il mio primo gruppo. Mi riporta indietro nel tempo e rappresenta per me un legame affettivo con il passato”. Madaski, però, non è poi così solitario come si potrebbe pensare. Per lui la contaminazione è fatta anche di contatti umani, che in passato l'hanno portato a lavorare per Franco Battiato, con il quale ha co-prodotto l'album “Gommalacca”, e oggi a coinvolgere i Monuments, storico duo torinese sperimentatore dell'elettronica, autori della canzone “Oblivious”. “Negli anni '80 nacquero i primi gruppi di musica elettronica in Italia, e i più famosi forse furono i Neon. E poi c'erano i Monuments”, spiega Madaski. “Ma questa volta non è stato un modo nostalgico per tornare al passato”, continua soffocando le risate. E, certamente, un “techno cowboy” come Madaski non ha bisogno della nostalgia per le sue visioni musicali del futuro. .

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