The Observer 2012: l'intervista ai MasCara

The Observer 2012: l'intervista ai MasCara
Credits: Clarissa Ceci

I Mascara hanno da poco fatto il loro esordio ufficiale con il disco “Tutti usciamo di casa”, un concept album sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta.

Dopo averli selezionati per la nostra rubrica dedicata al mondo della musica indipendente, The Observer, abbiamo raggiunto Lucantonio Fusaro e Claudio Piperissa, voce e chitarra del gruppo, per farci raccontare in prima persona qualcosa di più sul quintetto varesino. “I Mascara hanno una data di nascita precisa, che è il 27 ottobre dell’ormai lontano 2007. Inizialmente abbiamo avuto diversi cambi di line up: nasciamo con me (Lucantonio) alla voce, Claudio alla chitarra e Marco Piscitello al basso. Da qui poi le cose si sono fatte sempre più serie; abbiamo scritto il primo pezzo che è “la stanza” proprio il 27 ottobre del 2007, e abbiamo capito che, se volevamo crescere, ci servivano altre persone che riuscissero a sposare il progetto. Sono arrivati quindi Simone Scardoni alle tastiere e Nicolas Negri alla batteria”. La prima pubblicazione dei MasCara è un Ep intitolato “L’amore e la filosofia”. Da allora il gruppo si è evoluto parecchio da un punto di vista sia strutturale (con i cambi di line up appunto), che sonoro. “'L’amore e la filosofia' ha chiuso il cerchio e ha fissato in primis la band, i MasCara che vedete oggi”, racconta Claudio. “La maturazione poi è andata per gradi e per esperienze. Il primo grande passo è stato di tipo mentale, decidendo di andare a registrare l’Ep. Partire dalla provincia e arrivare a fare sul serio, registrando a Milano in un vero studio, è servito a mettere le idee nero su bianco e darci un punto d’inizio. Da lì in poi, fino a 'Tutti usciamo di casa', non abbiamo mai smesso di crescere come band”. “Dopo l’Ep è scattato qualcosa”, aggiunge Luca. “Abbiamo identificato il nostro suono. Il passo successivo è stato di non fossilizzarci ricalcando alla lettera la new wave anni ‘80. Non volevamo rifare il compitino a regola d’arte, piuttosto volevamo personalizzare un genere attraverso i nostri ascolti e influenze, non ultima una certa tradizione italiana che sentiamo forte”. Tradizione italiana che si è poi palesata con la scelta di cantare il disco interamente in italiano. “L’idea è che nella ricerca per migliorarti, vai alla radice dei tuoi miti. Se da un punto di vista sonoro la base è oggettivamente new wave, vocalmente volevamo legarci all’Italia. Prendi il passato, lo capisci, lo interpreti. Non è possibile essere sempre e solo figli dell’America o dell’Inghilterra. La difficoltà è che quando scegli una lingua, conosci i limiti e le possibilità che questa offre. Usare l’italiano a volte ti spinge a non rischiare molto, per paura di non risultare troppo “oscuro”. Ci si preoccupa di dover essere sempre perfettamente chiari e comprensibili, della pronuncia e di un sacco di dettagli. Ma sono problemi che ci facciamo solamente in questo paese”. .

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Dopo aver ascoltato “Tutti usciamo di casa”, una delle cose che più colpiscono del disco è la solidità compositiva dei pezzi.

“Partiamo in genere dalla melodia”, incalza Claudio. “La canzone deve funzionare semplicemente per chitarra e voce. Poi Luca ed io cerchiamo di dare una direzione ritmica andando a costruire il resto. I nostri provini sono praticamente le canzoni finite. L’idea di ricerca ci piace: sai da dove parti, ma non sai dove arrivi. Le basi ci sono già, che sia un lento, o un pezzo più arrabbiato, e da queste poi sviluppi e cerchi qualcosa che trasformi l’idea nel pezzo”. O addirittura in un concept album: è di nuovo Lucantonio a raccontarci la genesi del disco. “L’idea è venuta man mano, perché i pezzi non sono cronologicamente appartenenti allo stesso periodo (vedi “La stanza”). La nostra vita di questi ultimi cinque anni è stata di grandi cambiamenti e fortissimi terremoti. Anche forti: cambiare la line up dove il vecchio batterista è un amico con cui suoni da tantissimo tempo, beh, ti lascia davvero a terra. A furia di cambiamenti poi, ti vedi crescere abbastanza da cercare un modo per esprimere quello che senti. Ed è una cosa che vale per tutti: noi che lo stavamo vivendo abbiamo sentito il bisogno di raccontarlo”. Un racconto che ha comunque fattezze per così dire “radiofoniche”: in questo senso, il disco ha sì una forte personalità data dalle influenze new wave, ma ha anche tutte le carte in regola per piacere anche ai non addetti al settore. “Se non sei solo un gruppo pop, ma non sei nemmeno completamente new wave, è dura emergere”, sospira Luca. “Devi avere la costanza di insistere coerentemente andando per la tua strada, sperando che prima o poi qualcuno scommetta su di te per quello che sei. Probabilmente abbassare di un paio di decibel la voce ed effettarla a dovere, avrebbe giovato commercialmente al disco. Sarebbe più atmosferico e più dark. Però noi volevamo una voce chiara e siamo arrivati fino in fondo con questa idea”. Ci pensa Claudio poi a chiarire definitivamente il discorso. “Non abbiamo mai pensato di scendere a compromessi per raggiungere il cosiddetto successo. L’obiettivo era fare le cose bene. Certo, magari con un singolo un po’ ruffiano le cose magari diventano più facili. Noi abbiamo preferito fare a modo nostro”. .

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