Linkin Park:
tutta la rabbia della giovane America

Linkin Park: tutta la rabbia della giovane America
Ce lo saremo sentiti ripetere decine di volte, questa mattina, poco prima di incontrare i Linkin Park: niente domande sull’America “ferita al cuore”, pena il cartellino rosso e la subitanea interruzione dell’intervista. Nei testi della giovane band californiana, però, l’America sembra soffrire ormai da lungo tempo, ferita da ben altre cose: padri maneschi, famiglie sfasciate ed una consistente dose di indifferenza. Questi sei ragazzi, quasi tutti nati e cresciuti nei dintorni di Los Angeles, cantano la loro rabbia e la loro insoddisfazione su basi hip hop contaminate con violentissime incursioni chitarristiche molto vicine al metal più irruente.
L’essenza dei Linkin Park ci viene spiegata molto chiaramente da Mike Shinoda, uno dei due cantanti del gruppo: “Il nostro messaggio non è violento, è semmai rabbioso. Anzi, c’è una notevole avversione verso la violenza nei nostri testi: la rabbia che esprimiamo è rivolta verso ogni genere di sopraffazione”. La band è molto puntuale, comunque, nel rivendicare le proprie radici musicali, prendendo le distanze dal celebrato ma torbido fenomeno "nu metal": “Uno dei miei dischi preferiti di sempre è ‘The fat of the land’ dei Prodigy”, ci confessa il dj Joseph Hahn, “per la grande classe nell’abbinare a beat molto incalzanti melodie di grande presa. Apprezzo anche Aphex Twin, per la sua ecletticità e la sua capacità di contaminare generi e atmosfere”. “Non so cosa dire della scena nu metal, perché il nu metal per noi non esiste", precisa Chester Bennington, l’altra voce del gruppo. "E’ una delle tante etichette che i media appiccicano a band che hanno un suono simile. Le nostre radici stanno tanto nel metal quanto nell’hip hop, ma non solo”. E i Linkin Park sono pronti a dimostrarlo.
All’insidiosa domanda su cosa pensino della caustica ironia di Ben Folds, che nella traccia che dà il nome al disco, “Rockin' the suburbs”, prende ferocemente in giro la nuova ondata di metal alternativo ("Lasciate che vi racconti cosa vuol dire/ essere bianco borghese e maschio/ E' una vita di merda/ se non ci credete ascoltare il mio nuovo CD"), il batterista Rob Bourbon e Chester Bennington rispondono diplomaticamente in coro: “Ben Folds ci piace. E’ una persona molto spiritosa. Abbiamo tutti apprezzato i suoi lavori coi Ben Folds Five, ed il fatto che abbia deciso di continuare da solista non può che farci piacere”.
Venendo al loro album d’esordio, “Hybrid theory”, i sei spiegano: “’Hybrid theory’, una volta, era il nome della band. Ci rappresenta bene, essendo un nome che richiama la contaminazione e la diversità, due elementi essenziali nella nostra musica. Poi abbiamo ripiegato su ‘Linkin Park’, che non ha un significato preciso: però suona bene…”.
Il gruppo si trova a Milano per registrare uno show dal vivo, che verrà trasmesso da una nota emittente musicale: “Chiunque sia interessato alla nostra musica dovrebbe vederci dal vivo”, precisa Brad Delson, il chitarrista, “la dimensione live offre un’intensità assolutamente non paragonabile alle incisioni su disco. Vedi i musicisti suonare, ‘produrre’ letteralmente la musica. Non che sperimentare in studio non ci piaccia, anzi. Creativamente, lavorare in una sala di registrazione con degli ottimi tecnici pronti a documentare qualsiasi cosa tu abbia in mente di suonare è una grande risorsa”.
Il discorso, velocemente, prende una piega decisa: i Linkin Park sono pronti a dare un seguito a “Hybrid theory”? Ci risponde Chester Bennington: “In tour è molto difficile scrivere pezzi, ed ancora più difficile è registrarli. Solitamente, però, sfruttiamo il soundcheck per improvvisare, e durante le nostre date negli U.S.A. avevamo a disposizione un personal computer per registrare su disco fisso le idee che ci venivano in mente. Parlare del ‘nuovo album’ ci sembra però prematuro: stiamo semplicemente elaborando del nuovo materiale…”. Rockol, che martedì 25 pubblicherà sul suo canale streaming parte dell’intervista ai Linkin Park (all’indirizzo http://streaming.rockol.it), ha chiesto alla giovane ed arrabbiata band quale sia il messaggio portato da “Hybrid theory” alle migliaia di fan che si è saputa conquistare: “Non siamo dei guru, siamo un gruppo rock: non abbiamo niente di preciso da dire ai ragazzi che ci ascoltano. Il nostro messaggio è la nostra musica”.
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