Sanremo 2012: Gigi D'Alessio, Fargetta, Pasquale Panella...

Sanremo 2012: Gigi D'Alessio, Fargetta, Pasquale Panella...

Non si può certo dire che Gigi D'Alessio si curi particolarmente di riuscire simpatico alla stampa. Chissà, forse (e giustamente, anche) ha altre priorità.
Certo è che non sembra tenere particolarmente in considerazione i buoni rapporti con i giornalisti, parlando in linea generale. Per dire: tutti i Big in gara al Festival hanno volentieri realizzato la videointervista con Rockol, l'unico a non essersi concesso è stato proprio Gigi. D'altra parte, è indubbio che sia capacissimo di ottenere vantaggi e utilità anche senza godere dell'appoggio dei media. A parte l'ospitata della compagna Anna Tatangelo ieri (venerdì) sera, veicolata dallo spottone per una trasmissione televisiva alla quale Anna partecipa, basta considerare come – motivandolo con una spiegazione francamente poco credibile – abbia architettato il modo di far cantare alla sua ospite straniera, Macy Gray, una canzone nuova e scritta proprio da lui, anziché un brano di repertorio già noto – e comunque, qual è un brano noto del repertorio di Macy Gray? Insomma, Gigi è uomo di mondo, nel senso che sa destreggiarsi con grande disinvoltura nell'intricata giungla di relazioni professionali e amicizie personali che fa da architettura all'industria dello show business (e non tocchiamo qui l'argomento dell'efficacia con cui riesce a mobilitare le masse per ottenere televoti in numero massiccio).
Certo è che a Gigi D'Alessio si devono, a mio parere, due delle iniziative meglio riuscite di questo Festival. La prima l'avete vista tutti, se avete guardato Sanremo venerdì sera. L'idea di rivoluzionare “Respirare”, la canzone che presenta al Festival insieme a una signora che assomiglia vagamente a Loredana Berté, affidandone il rifacimento integrale al disc jockey Fargetta, ci ha regalato il momento più divertente ed energetico della settimana sanremese: forse si è un po' esagerato con il numero dei figuranti/ballerini sul palco, è vero (ma c'era anche bisogno di “fare ammuina”, cioè movimento e confusione, per distrarre l'attenzione dalla performance – assai probabilmente in playback – della sua compagna di scena), ma il pezzo è riuscito benissimo, ha persino indotto a qualche movimento di ballo la solitamente inchiodatissima sala stampa, e si candida – in questa versione, ovvio – a diventare un riempipista.
L'altra iniziativa è meno clamorosa in termini di risposta popolare, ma per certi versi lo è assai di più in termini di status (e di qualità assoluta). Nella cartella stampa che accompagna il nuovo disco di Gigi, e nel libretto del disco stesso (“Chiaro”), è contenuto uno scritto di Pasquale Panella - “Poemetto a Gigi” - che è la cosa più bella che mi sia capitato di leggere in questi sette giorni di corvée in Riviera. Direte: eh, già, se hai letto solo testi di canzoni e articoli di giornale, non ci stupisce che il Poemetto ti sia parso migliore. E invece, fidatevi: questa lunga elucubrazione/divagazione panelliana è davvero affascinante per lessico, per flusso di pensiero e per disinvoltura espressiva: la potete leggere qua sotto. Quindi grazie, Gigi, per Fargetta e per Panella. Se la prossima volta che ti avanzano cinque minuti hai voglia di parlare con Rockol, ti ringrazierò di persona.
(Franco Zanetti)



POEMETTO A GIGI
Mi permetto di essere popolare, lo permetto a me.Che vuol dire popolare? Come si può dire a parole? Popolare è quando le parole non dimenticano, quando non dimenticano nessuno. Ne ho lette, a destra e a sinistra, in alto e in basso, e ne ho sentite, con la musica e senza. Le ho viste buttate là e buttate al vento. Erano parole che dimenticavano, dimenticavano tutto e tutti, e poi dimenticavano se stesse. Insomma se ne fuggivano lontano da chi le pronunciava. Vi sembra strano? Succede, succede spesso anzi quasi sempre. Ora che faccio il popolare (che lo faccio qui) la cosa mi pare violentemente certa. Cosa sento? Sento che tutti cercano le parole, tutti le cercano queste parole. Le cercano perché le hanno perdute. Le parole, a un certo punto, sono parole sostitute. Fanno la supplenza, scaldano il posto, mangiano pane a tradimento. Senti uno che dà numeri su libertà e futuri come quei truffatori del lotto su tutte le ruote, un altro cristeggia, un altro ancora ha la colite politica che non ci dorme la notte. Pare che il solfeggio derivi da solfa (le note sol fa), quindi son tutti lì che ne attaccano una, di solfa, ognuno la sua. E le parole dimenticano le cose, e dimenticano chi le ascolta, e dimenticano i fatti. Sto parlando di musica leggera. Gigi canta. Io che sento? Sento che le sue parole non dimenticano. Le ascolti e dici: è successo. Ora che mi ricordo è successo, è successo così, e così continua a succedere. Le parole vengono prima del loro significato, come l'urlo e lo starnuto, reagiscono al fatto, non ne danno la versione conveniente, queste parole non conoscono opportunismo. Voglio dirlo così, mica è vietato, voglio dire: prendi l'acqua sorgente... ecco, sono così queste parole: vengono fuori prima che qualcuno se le beva. Le parole di canzone hanno sempre bisogno (assai più che l'assetato dell'acqua) che qualcuno se le beva. Queste parole, invece, vengono fuori e basta, a loro rischio. Mi pare che conoscano, tanto per essere un po' ridondanti (vorrei vedere che anche questo fosse vietato), la desertica solitudine dell'essere umano, e lì, in un punto vengono fuori a inumidir la sabbia. Così, come l'acqua non dimentica d'essere acqua, le parole non dimenticano di essere umane. Poi, chi si è visto si è visto e chi c'è c'è. Corrono rischi, queste parole, per esempio "scoprire che tra noi non c'è mai stato niente". Tra noi chi? Anche tra parole e musica. Anche tra artista e chi l'ascolta in assetto di fraintendimento Ci vuole coraggio. Sapere questo ma farla, farla la canzone, farla questa vita che mette insieme, per esempio, la parola "tempo" e due note, come due pietre sopra. Chiaro da una parte, "chissà se parlo al vento" dall'altra. Ma è un piacere, per la chitarra, ricamarci sopra. "Prova a soffrire anche tu", altro che bere o darla a bere. E, se ci riesci, prova a dissetarti con "io non voglio amare" e, se non ti basta, succhia con la cannuccia "ragioni non ne hai", intanto che la batteria stappa bibite. Alle volte, certi musicisti sono l'unico segno di vita sulla terra. Come "la crema per le scarpe", la crema: questa la crema, questa la lucidità, la vita sulla propria pelle e sulla pelle delle proprie scarpe, quella crema. E questi cosa sono? Questi sono fatti, "sono solo fatti miei". E perché farli sapere, papale papale, cantati cantati? Tipo: ho incontrato una Sempronia a Milano. Perché? Come perché? Perché sì, perché "sì, lo so, non si sa mai". Tutti sanno tutto? Bene, Qui si sa che non si sa mai. C'è un altro motivo, un motivo più forte e musicale per scrivere e cantare? Perché scrivi, perché canti? Perché non si sa mai. Magnifica risposta. Chi l'ha data? Breve, finale e piena di fatalità. Lungimirante, tra l'altro, e perfino visionaria, perché il pubblico, la critica, il bendidio e i maldipancia che ne verranno sono fatalità, tutta fatalità. Altrimenti è tutto un pigolìo, che bel nasin, che bel faccin, come siete belli stasera, un dimmi dimmi, "dimmi se mi ami se mi ami se ti piaccio se ti piaccio se mi ami se ti piaccio" eccetera. Prima regola: pane al pane, niente sinonimi. Uno solo, tanto per scoprire altarini, ma palese palese, chiaro chiaro, un sinonimo di precipitevolissimevolmente: "pericolosamenteinnamorata". È ovvio. Come è vero (e qui è vero chiaro chiaro) il lavoro oscuro di quel nostro ministro degli interni che è il pensiero, l'eminente materia grigia che, in caso di sommossa amorosa, soffia sul ghiaccio il gelido monito, l'ammonimento, appunto: "nel pensiero non sai quanto vorrei odiarti per davvero". E questa è cronaca d'amore di tutti i giorni e secoli. Al di là della cronaca non c'è che l'al di là dell'amore, quell'accensione fantastica, quella rivolta fiammeggiante, quel forcone acceso e conficcato nelle chiappe del ministro degli interni, il pensiero, che avvampa come un delirio: chissà dov'è lei nel mondo, lei, la sola e l'assoluta, lei. E chi non ci ha pensato? Che ogni amore è in mancanza del solo amore al mondo. Se solo "sapessi dove sei". Qui, con i piedi su questa terra, cosa abbiamo? Abbiamo una sera. E tu "stasera nun penza' a nisciune". Cosa abbiamo noi, qui, sul pianeta chiamato terra? Abbiamo quello che si chiama l'attaccamento, la nostra volontà collosa, alla volte appiccicaticcia, molle, altre volte tenacemente istantanea: "s'azzeccane 'sti core, vulessere fa' 'amore". Quando l'amore è pace "senza ce fa' male". Con in più un verso che pare di Di Giacomo: "'nu cane abbandunate me muzzecava 'o core" e un altro che è quello che è, magnificamente terrestre: "dammece 'e nuie chelle che è chiù carnale", viva la faccia, viva la pancia e viva tutto il resto. "Scinne scaveza cu' mme", scendi scalza. È stato mai detto in italiano? È stato mai detto? E poi una concessione a questo fatto piuttosto evidente: siamo tutti esseri viventi. Se non al presente almeno al passato, insomma, vivemmo. Il presente è sempre da dimostrare, il passato è dimostrato: "era un sabato d'amore illuso". O no? Domani? Domani, "domani e poi sarà domani". Qualche volta lo è già. Quando l'oggi è il tempo dell'esazione, quando "un qualsiasi esattore" entra nelle nostre vite, sì, le nostre vite, le nostre vite plurali, la vita nostra e la vita di chi amiamo. Ma, se la vita fosse una, io sarei, "io sarò per te quello che vorrai". Sarò i nostri figli, nel senso che la maturazione è roba scolastica, nel senso che bisognerebbe figliarsi, perderla la maturità. Non si torna, alla fine, che alle elementari, a esserlo, elementari, a volerlo essere. Perché sia "più forte 'e primme 'a voglie 'e ce vasa". E le speranze? Ma siamo seri, siamo veri. Le speranze sono nascoste, speranzeannascugniute". Questo, tanto per rispondere a chi con la speranza riempie la bocca dell'oggi e di tutti i giorni,quando noi, l'oggi e tutti i gironi, ce li mangiamo vivi. Fine. Non c'è altro da dire. C'è una lettera, la lettera di Pietro. Questa lettera non possiamo che riceverla. Ma la musica... per chi sa di musica, qui c'è, nella linea melodica, il più bell'intervallo di sesta discendente chissà da quando, da quanto... la più bella orchestrazione della voce, un contrappunto. Alla voce come viola risponde la stessa voce come violoncello, un passaggio arrischiato dalla testa al petto. Dalla testa al petto. Chiaro? Chiaro. E poi si balla, ma sì, si balla. Che c'è? Non si può? Ma sì, sì che si può. È popolare l'amore, è popolare ballare. E allora balliamo "desamarrando el silencio". Balliamo tutti e, nello stesso ballo, estamos 'nu poche sule sule tu y yo. Così è. Come si dice? Si dice: la vita continua ma ogni giorno è una festa finale. Ma sì, cantiamo alla latina nel senso musicale. E las palabras diventano "los cuerpos". Così, per il diletto, "me duele la cabeza, me estalla el corazón". E, sempre per diletto, la canzone è messa in gioco, è messa a rischio di successo ossia sa quel che l'aspetta. Sì, lo sa. Ecco qua, ho guardato le parole di D'Agostino e D'Alessio, ho ascoltato la musica di Gigi. Sulla musica, niente da dire. È la seconda volta, solo la seconda (in anni di arbitraria, capricciosa, forse abusiva frequentazione, da parte mia, della musica leggera), è la seconda volta che leggo e ascolto partiture nelle quali le note respirano, ossia hanno questa consapevolezza: che, suonate, faranno vibrare l'aria. Segno che il musicista compositore è trascrittore, è musicista al piano, con la matita in bocca. Il foglio pentagrammato è sul leggio, la nota va dalle dita alla matita e dalla punta della matita va, come una mosca, sul rigo o di tra i righi, e lì posa il suo segno di nota, la mosca. Così è. I testi? I testi, sì li ho visti. E ho visto i loro autori, D'Agostino e D'Alessio correre appresso alle parole a suon di musica. Vederli lavorare è già spettacolare. Fanno a pezzi metrici la vita. Nel senso buono, certo, nel senso buono al canto. Serve un verso? Questa è la domanda. Per esteso: "La vita serve un verso?". Ce lo serve questo verso o no? E si scatenano alla caccia di quel verso. A uoseme, a fiuto, lo puntano e poi si lanciano nelle fratte spinose, lancinanti per dolore e per sentimento, e come cinghiali aspirano odori di fiori che tremano scossi, atterriti dalle zanne. L'autore autentico di canzoni si riconosce da questo: è zannuto e di pelo ispido, porta attrito e un po' di terrore, strofina fianchi e muso contro i cespugli di una storia vissuta, scuote la frasca del fatto accaduto, si rotola ancora una volta, una volta ancora, sull'erba schiacciata da un amore che lì fu fatto. Strappa petali, foglie, germogli di eventi nascenti, spezza rami. Dagli schiocchi di quelli secchi ricava la sezione ritmica. È così. Altro che occhietti dolci, altro che occhiolino d'intesa. I testi? Ne ho visti testi, ne ho letti e sentiti ma questi vengono prima della scrittura, hanno voce più che lettere, hanno voce più che pagina, sono detti più che scritti. Risolvono un problema a nome di tutti: quale parola sia la parola cantata. Ecco, che parola è? Finiamola con la questione se sia o non sia poesia. E perché poesia? Cosa sarebbe questa poesia? Ultimamente un equivoco, un'aria spesso fritta senza nemmeno aromi di pancetta. Oppure, in canzone, sarebbero poeti quei rimatori compunti e snervanti, meticolosi narratori di storiette dalla conveniente moralità, che basta una quartina di Pascoli a smascherarne tutta la falsità e la pessima coscienza, i due conti fatti con un pubblico chiamato a collusioni e connivenze sul piano ben equilibrato delle più collaudate ovvietà in tema di buonanimo? O sarebbero quegli altri a vocazione civile, gli accaldati da passione sociale, sudaticci di una untuosa colatura d'editoriali e fondi a presa rapida e pronto adescamento d'una platea- purea disposta a farsi agitar dal mestolo? O gli eclettici marionettisti circensi o cistercensi, gli spiritosi spiritualisti, gli spiritual spiritosi... Basta così. Sarebbero? Sarebbero sì, sarebbero no... Troppo condizionale fa male all'indicativo presente. Nella canzone il supporto della parola è la voce non la carta. Carta non canta là, nella canzone. E che succede qua? Che le parole cantano senza mediazione, senza nemmeno la mediazione di esse stesse parole. Cosa conta qui? Come in musica non tanto le note ma l'intervallo tra loro. Ecco, qui conta l'intervallo. E nemmeno tra parole. Qui conta l'intervallo tra frasi. E la frase cos'è? È la botta emotiva, lo sbocco, il soffione di parole mescolate. E, tra una frase e l'altra, conta quel fiato sospeso di chi ascolta. Intanto che chi canta, nello stesso intervallo, quel fiato lo riprende. La canzone: questo generoso contraccambio di fiati. Mio pubblico, tu che puoi, trattienilo, aspiro io per te. E questa è quella che si chiama ispirazione: fare questa canzone, questa canzone finalmente non didattica né didascalica, questa canzone che non è informazione né comunicazione, questa canzone che non emette il messaggio conveniente, che non scende a patti col momento, questa canzone altera che non fa una piega secondo l'aria che tira, questa canzone che sente, che sente di sentire che è sentita, sia come sentimento che come ascolto. Insomma questa canzone che condivide le cause e gli effetti dell'innamoramento. Non altro movente, non altro esito che questo: l'esclusione del mondo, la canzone come unica emergenza durante quei minuti nei quali essa è, quei pochi minuti tra esseri viventi. Cosa rara, essere vivente e basta. Per chi capisce, bene. A chi non capisce, la cosa non va nemmeno spiegata. Ecco qua. L'abbiamo detto, è successo. Ecco qua. Gigi ha messo 'o pepe 'n cule a' zoccola, che sarei io.
Pasquale Panella

Dall'archivio di Rockol - Sanremo 2017: la videontervista
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale
3 ott
Scopri tutte le date

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.