Piers Faccini: 'Il nuovo disco è un viaggio, con tappe a Napoli e in Salento'

Piers Faccini: 'Il nuovo disco è un viaggio, con tappe a Napoli e in Salento'

Il cittadino del mondo Piers Faccini (padre italiano, madre inglese, residenza francese, contaminazioni di  musica brasiliana, araba e africana nelle canzoni) il suo cosmopolitismo stavolta se l'è stampato addosso, in un collage di mappe geografiche  che contorna l'autoritratto raffigurato sulla copertina del nuovo album "My wilderness" (e anche il video di uno dei pezzi del disco, "Tribe").

  "Nella mia musica il senso del viaggio è sempre presente", ci spiega il giorno dopo il suo concerto milanese al Teatro Martinitt. "Ma stavolta volevo illustrare un itinerario più preciso, evidenziare il mio percorso che parte dal folk britannico, passa per il Sud Italia e approda poi al Nord Africa, al Mali, ma anche in America, sulle rive del Mississippi. Non volevo che queste tracce rimanessero nascoste, ma anzi legare tra loro tutti i colori strumentali del disco. Tutti gli elementi che  da più di vent'anni sono alla base della mia musica".


"My wilderness" è un album di arrangiamenti raffinati,  che va spesso oltre il nudo voce e chitarra al cuore della sua musica. Difficile riprodurlo dal vivo? "Credo che le mie canzoni si prestino comunque a essere reinterpretate in chiave minimalista. E con il trio con cui mi sono presentato a Milano penso di avere trovato la formula giusta. C'è Simone Prattico, romano residente a Parigi, alla batteria. E la presenza di Kieran Smith, che canta oltre a suonare basso e violoncello, è risultata preziosa per riproporre le canzoni di un album in cui abbondano gli strumenti ad arco. E' andata molto bene, al Teatro Martinitt, anche perché in Italia ho una fanbase piccola ma molto attenta. La gente che è venuta al concerto conosceva a memoria i miei dischi".


Un "disco viaggiante", dicevamo.

Eppure Faccini lo ha registrato interamente  nello studio che ha costruito a casa sua, nella remota regione francese delle Cevennes. "E' l'ambiente migliore per coltivare le mie canzoni e farle crescere. E poi volevo creare un filo unico, una linea continua tra il momento della scrittura e quello della registrazione, fino all'ultimo strumento. Per il missaggio finale ci siamo trasferiti in un bello studio attrezzato con un mixer Neve, e per ottenere i suoni giusti mi sono avvalso  della competenza di Patrick Jauneaud, un mio amico che quando va in India o in Africa si porta dietro microfoni e preampli. Uno che è capace di ricavare il massimo anche da un equipaggiamento essenziale. Perché non volevo un disco lo-fi, ma un album che suonasse bene". Un altro viaggiatore."Sì, ma nel tema del viaggio c'è sempre un paradosso. Ti entusiasmi per posti esotici dimenticando la bellezza dei luoghi che ti circondano nel quotidiano. Per questo, negli ultimi anni, ho ripreso a guardare con attenzione alle mie radici: attaverso .Nick Drake, John Martyn e Bert Jansch ho approfondito la conoscenza dei cantanti inglesi di musica tradizionale, Martin Carthy, June Tabor e Anne Briggs: scoprirli è stato come vedere un cerchio che si chiude. E siccome sono innamorato della melodia e della voce, ho continuato ad approfondire la conoscenza della musica italiana.  La cultura della voce nel mondo è ricchissima, Roberto Murolo mi entusiasma quanto Nusrat Fateh Ali Kahn, Son House o June Tabor.. Adoro la musica napoletana, il ritornello di 'The beggar and the thief' arriva da lì, anche se poi la tromba di Ibrahim Maalouf porta la canzone verso sonorità arabe ed anche balcaniche. Da cinque o sei anni ho scoperto anche la musica del Salento, i ritmi della pizzica, la voce del grande Uccio Aloisi che ho avuto la fortuna di incontrare prima che morisse. C'è anche quello, in 'My wilderness' ". E ci sono i musicisti italiani:   oltre a Prattico, anche il violinista Rodrigo D'Erasmo ha un ruolo di rilievo. "E' stato lui a contattarmi dopo un concerto a Roma di cinque o sei anni fa, dichiarandosi un mio fan. Non lo conoscevo e non conoscevo la sua musica, ma dopo esserci incontrati l'ho sempre chiamato sul palco con me, ogni volta che suonavo in Italia. E' nata un'amicizia, e mentre lavoravo al nuovo disco l'ho invitato qualche giorno a casa mia: insieme abbiamo costruito gli arrangiamenti d'archi. E' molto facile lavorare con lui,  è un musicista che ascolta molto e che lascia l'ego da parte per mettersi al servizio della canzone. E' stato uno dei collaboratori più importanti del disco  insieme a Simone e al contrabbassista Jules Bikoko, un camerunese che abita a Barcellona. Nella mia band ideale ci sarebbero loro tre: ma sono troppo impegnati".


Inghilterra, Italia, Africa.... Manca la Francia, tra le fonti di ispirazione della musica di Piers Faccini. Come mai? "Non sono francese, anche se da otto anni ho abbandonato Londra e della Francia amo la natura, la luce, la cultura, la gente. Musicalmente, però, non ne sono influenzato per nulla e credo che il motivo sia da ricercare ancora nella mia passione per la vocalità. Facci caso: la Francia ha espresso grandi cantautori, Serge Gainsbourg per dirne uno, ma non grandi cantanti. Non fa parte della loro tradizione. Mentre in Italia, di solito, anche un cantante pop che canta canzoni banali ha un'ottima tecnica vocale".  


Ecco perché, nella sua passione per le cover Faccini guarda sempre altrove. Le prossime nella lista, dopo avere inciso "Cammina cammina" di Pino Daniele? "Vorrei registrare al più presto un brano del grande cantautore maliano Boubacar Traoré che ho già proposto in concerto. Per me fare cover è un modo di creare un dialogo, condividere le mie passioni. Di rendere omaggio ai grandi  mostrando in modo trasparente le mie influenze".
 

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