Vent'anni di 'Nevermind': il ricordo e lo speciale di Rockol

Vent'anni di 'Nevermind': il ricordo e lo speciale di Rockol

E' stato indicato come il disco simbolo del grunge, con l'inevitabile corollario di luoghi comuni - la "Generation X", la reazione all'establishment musicale, il recupero della psichedelia più acida e via dicendo - ma "Nevermind" dei Nirvana, a conti fatti, ha rappresentato molto di più.

Certo, non mancavano la rabbia, gli stilemi (estetici e non) di quello che a posteriori sarebbe stato individuato (da chi, poi?) come l'ultimo genuino scossone dato dal rock alla società, ma in quelle dodici tracce che si abbatterono sul mondo il 24 settembre del '91 c'erano cose che, ancora oggi, facciamo fatica a comprendere. E a risolvere. C'era il genio - puro e cristallino - di un songwriter che, se solo non avesse deciso di porre fine alla propria vita in anticipo, Dio solo sa cosa avrebbe potuto fare. .Kurt Cobain, nel calderone del grunge, c'è capitato quasi suo malgrado, e chi ha un minimo di confidenza con la sua opera lo sa. Più che i riff granitici, la rabbia adolescenziale, la disillusione di chi sapeva di trovarsi sull'orlo di un precipizio giù da quale saremmo poi finiti tutti, in "Nevermind" c'erano delle canzoni meravigliose. Lui, Kurt, che voleva "copiare un pezzo dei Pixies" (così disse, a proposito dell'inno "Smells like teen spirit"), a soli 24 anni è riuscito a mettere insieme il disco perfetto, apparentemente in sintonia coi tempi ma incredibilmente proiettato in avanti, corazzato da dodici brani inattaccabili, anche ascoltati a vent'anni dall'incisione. Per questo abbiamo deciso di inaugurare il nostro speciale dedicato al grande disco di Cobain e compagni, con interviste speciali e un sondaggio sulla nostra pagina Facebook.

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Chi l'ha ascoltato tanto all'epoca, da "Nevermind" ha dovuto per forza allontanarsi, per poi tornare a gustarselo in toto e considerarlo il capolavoro che è. Perché vent'anni sono tanti, e in questi vent'anni sono successe tante cose. Riascoltare "Lithium", "In Bloom", "On a Plain", "Come as You Are" e tutto il resto non fa, tuttavia, l'effetto di guardare una fotografia sbiadita di un momento che ci è rimasto nel cuore, come la festa per il diploma o quell'Inter-rail prima dell'università. Oggi come allora, da quel riff di quattro accordi scosso a metà del secondo giro dall'ormai leggendario ingresso di cassa e rullante firmato da
Dave Grohl al fade-out del violoncello che chiude "Something in the way", la prima sensazione che si prova è quella di smarrimento per avere la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa troppo grande per essere compresa e apprezzata in una volta sola. E, siamo pronti a scomettere, tra altri vent'anni sarà lo stesso...

LEGGI QUI IL NOSTRO SPECIALE DEDICATO A "NEVERMIND"

LEGGI QUI LA NOSTRA INTERVISTA AI VERDENA

LEGGI QUI LA NOSTRA INTERVISTA A MARCO CESTONI
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