Beatles, 60 anni fa l’ultimo concerto a pagamento
La precisazione “a pagamento” serve a escludere l’ultima apparizione dal vivo, quella sulla terrazza della Apple a Londra del 30 gennaio 1969 immortalata dal film “Let it be” (e poi dal documentario “Get Back”). L’ultimo concerto con pubblico pagante tenuto dai Beatles è stato quello del 29 agosto 1966, al Candlestick Park di San Francisco, davanti a 25.000 spettatori – fu un “tutto esaurito” solo tecnicamente: lo stadio aveva una capienza di 42.500 persone, ma furono venduti soltanto 25.000 biglietti, perché le autorità avevano contingentato il numero degli spettatori, lasciando così liberi ampi settori dell’impianto. I fan pagarono tra i 4,50 e i 6,50 dollari per i biglietti, mentre il compenso dei Beatles fu di circa 90.000 dollari
«Al Candlestick Park si parlò molto del fatto che tutto questo dovesse finire. A quel concerto di San Francisco sembrava davvero possibile che fosse l’ultima volta, ma non ne fui certo al cento per cento finché non tornammo a Londra. John voleva smettere più degli altri. Disse che ne aveva avuto abbastanza.»
Ringo Starr
da Anthology
I Beatles ricevettero il 65 per cento dell’incasso lordo, mentre la città di San Francisco incassò il 15 per cento degli ingressi paganti e ottenne 50 biglietti gratuiti.
Il Candlestick Park era lo stadio della squadra di baseball dei San Francisco Giants. Il palco fu sistemato sul terreno di gioco, poco dietro la seconda base, era alto circa un metro e mezzo ed era circondato da una recinzione metallica alta quasi due metri.
Il presentatore era “Emperor” Gene Nelson dell’emittente KYA 1260 AM, mentre gli artisti di supporto furono, in ordine di apparizione, The Remains, Bobby Hebb, The Cyrkle e The Ronettes. Lo spettacolo cominciò alle 20.
I Beatles salirono sul palco alle 21.27 ed eseguirono undici canzoni: “Rock And Roll Music”, “She’s A Woman”, “If I Needed Someone”, “Day Tripper”, “Baby’s In Black”, “I Feel Fine”, “Yesterday”, “I Wanna Be Your Man”, “Nowhere Man”, “Paperback Writer” e “Long Tall Sally”.
Il gruppo sapeva che sarebbe stato il suo ultimo concerto. Consapevoli dell’importanza dell’occasione, John Lennon e Paul McCartney portarono sul palco una macchina fotografica, con la quale scattarono immagini del pubblico, degli altri componenti del gruppo e di loro stessi in modalità selfie.
«Prima di uno degli ultimi pezzi sistemammo questa macchina fotografica, credo avesse un obiettivo fisheye, un grandangolo. La appoggiammo sull’amplificatore, Ringo lasciò la batteria e ci mettemmo in posa con le spalle rivolte al pubblico, perché sapevamo che quello sarebbe stato l’ultimo spettacolo.»
George Harrison
da The Beatles Off The Record, Keith Badman
Mentre i Beatles si dirigevano verso il Candlestick Park, Paul McCartney chiese al loro addetto stampa Tony Barrow di registrare il concerto su audiocassetta, usando un registratore portatile. La cassetta aveva una durata di trenta minuti per lato e, poiché Barrow non la girò durante lo spettacolo, la registrazione si interruppe nel corso dell’ultima canzone, “Long Tall Sally”.
«C’era una specie di atmosfera da ultimo giorno di scuola e, tra tutti noi che circondavamo i Beatles, si percepiva anche la sensazione che quello potesse davvero essere l’ultimo concerto che avrebbero mai tenuto. Ricordo che Paul, con noncuranza e proprio all’ultimo momento, mi chiese: “Hai con te il registratore a cassette?”. Io risposi: “Sì, naturalmente”. Paul allora disse: “Registralo, vuoi? Registra lo spettacolo”, e fu quello che feci, tenendo letteralmente il microfono sollevato nel mezzo del campo. Come ricordo personale dell’occasione era una cosa molto bella da avere. L’unica differenza era che non si trattava di un evento spettacolare. Non aveva nulla a che vedere con lo Shea Stadium, non c’era assolutamente niente di speciale, a parte il fatto che i Beatles inserirono battute improvvisate e interventi di collegamento che non avevano mai fatto in nessun’altra occasione.»
Tony Barrow
da The Beatles Off The Record, Keith Badman
Barrow consegnò a McCartney il nastro originale del concerto al Candlestick Park. Ne realizzò anche una sola copia, che conservò in un cassetto chiuso a chiave della scrivania del proprio ufficio. Da allora la registrazione ha avuto un’ampia circolazione sui bootleg, anche se non si sa esattamente come sia accaduto.
«All’aeroporto di San Francisco, mentre il nostro aereo si preparava al decollo, la testa di Paul spuntò da dietro il mio sedile, dalla fila alle mie spalle: “Sei riuscito a registrare qualcosa?”. Gli passai il registratore: “Ho preso tutto, tranne il fatto che il nastro è finito a metà di ‘Long Tall Sally’”. Mi chiese se avessi lasciato la macchina in funzione tra un brano e l’altro, in modo da registrare tutti gli annunci e le osservazioni improvvisate dei ragazzi. Gli dissi: “C’è tutto, a partire dal feedback della chitarra prima del primo numero”. Paul era chiaramente entusiasta di possedere un ricordo così unico di quella che si sarebbe rivelata una serata storica: lo spettacolo d’addio dei Fab Four.
Tornato a Londra, conservai la cassetta del concerto sotto chiave in un cassetto della scrivania del mio ufficio, realizzandone una sola copia per la mia collezione personale e consegnando l’originale a Paul perché lo conservasse. Anni dopo, la mia registrazione del Candlestick Park ricomparve pubblicamente sotto forma di album bootleg. Se ascoltate una versione pirata dell’ultimo concerto che termina durante “Long Tall Sally”, deve provenire dalla copia di Paul oppure dalla mia, ma non riuscimmo mai a identificare il ladro di musica!
Sebbene non avessi pensato di avere molte possibilità di realizzare una registrazione brillante del concerto, giocava a mio favore la grande distanza che, in quel particolare impianto, separava il palco dalle tribune. Per questo motivo pensai che sarei forse riuscito a catturare il suono proveniente dal palco senza registrare troppe delle urla e delle grida ininterrotte dei fan sugli spalti. Anche il fatto che si trattasse di un concerto all’aperto fu d’aiuto. In un auditorium chiuso sarebbe stato impossibile registrare il suono della musica senza raccogliere anche troppo rumore del pubblico.
Quando l’ultimo degli artisti di supporto lasciò il palco, entrai sul terreno di gioco prima dei ragazzi. Quando John, Paul, George e Ringo corsero sull’erba, dagli spalti si levò un boato di approvazione e, mentre facevano una rapida accordatura sul palco, ogni accordo che suonavano provocava un altro boato.
Uno dei disc jockey statunitensi che viaggiavano con noi, al quale avevo impedito di registrare un precedente concerto del tour, mi vide con il microfono sollevato in aria e mi ripeté per prendermi in giro le parole di avvertimento che gli avevo rivolto: “Per ordine di Brian Epstein, non devono essere effettuate registrazioni delle esibizioni. Per favore, spegnete”. Portandomi un dito alle labbra, gli feci segno di stare zitto: non volevo voci estranee nella mia registrazione “ufficiale” del concerto.
Sul palco uno dei ragazzi gridò “Hello” per provare il proprio microfono e, un attimo dopo, il gruppo si lanciò in “Rock And Roll Music” di Chuck Berry.»
Tony Barrow
da John, Paul, George, Ringo & Me
Poco prima di lasciare il palco, John Lennon suonò scherzosamente le battute iniziali di “In My Life”, prima di correre via per raggiungere il resto del gruppo dietro le quinte.
I Beatles furono rapidamente condotti all’aeroporto a bordo di un’automobile blindata. Volarono da San Francisco a Los Angeles, dove arrivarono alle 00.50. Durante il volo, George Harrison fu sentito esclamare: «È finita, allora. Non sono più un Beatle».