Presentate a Milano le 'Canzoni a manovella' di Vinicio Capossela

Presentate a Milano le 'Canzoni a manovella' di Vinicio Capossela
Non si può certo dire che abbia scelto uno scenario consueto, Vinicio Capossela, per la presentazione del suo nuovo album, “Canzoni a manovella”, il sesto della sua carriera: il luogo prescelto è il salone delle feste di un transatlantico in disarmo, ricostruito all’interno di un padiglione del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. L’ambientazione di inizio secolo è di rigore per un album inconsueto come questo, fatto “di cose che vengono dal profondo, che affiorano a galla in scafandro e cilindro”, per dirla con le parole del suo autore, un album che non può “lasciare in pace nessuno. Ci sono arie e canzoni degne dei vostri nonni, filastrocche per i vostri piccini e nostalgie per tutti. Ci sono impeto e colpi di cannone, l’afflato di un’epopea tutt’intera, liquidata, sparata, sventragliata”. Camerieri in tenuta da sera, rappresentanti delle forze dell’ordine in divise d’epoca, un palchetto da oratore attrezzato con megafoni, manovelle e, accanto alle poltrone riservate al pubblico, due schermi a proiettare le immagini realizzate da Valerio Spada durante la registrazione dell’album e le session fotografiche relative al disco. L’arrivo sul palco di Vinicio Capossela è subito seguito dall’ascolto di “Bardamù”, forse il pezzo più ambizioso e personale dell’album, il cui titolo è libero omaggio al protagonista di uno dei più celebri romanzi di Louis-Ferdinand Celine, “Viaggio al termine della notte”. Dopo l’ascolto del brano Capossela, vestito in tight, cilindro e ghette, tiene un discorso che inizia con dei fogli davanti e finisce per diventare un’improvvisazione a braccio, nella quale vengono illustrate alcune canzoni dell’album, come “I pianoforti di Lubecca” (“ho sentito dire che esiste a Lubecca un grande capannone dove vengono tenuti i pianoforti che non si usano più. Me li immagino lì, polverosi e scordati. Perché i pianoforti sono fatti così, se ci si scorda di loro, loro a loro volta si scordano...questa canzone racconta un corteggiamento tra due pianoforti”), “Decervellamento” o “La marcia del camposanto”. A seguire un po’ di botta e risposta con i giornalisti: sì al tour - che parte ufficialmente lunedì 6 novembre dal Teatro Colosseo di Torino, organizzazione Duende (duende.ec@flashnet.it), non prima di aver effettuato il 4 un concerto d’anteprima al Teatro Goldoni di Bagnocavallo: seguono Milano (7/11), Genova (9/11), Rezzato (14-15/11), Montecarlo (16/11), Napoli (20/11), Roma (29-30/11), Firenze (2/12), Mestre (16/01), San Benedetto (25/01), Belluno (27/01), Bologna (29/01), Carrara (30/01), Fabriano (3/02), Prato (9/01), Vercelli (17/01) – no alle parentele con Bregovic (“lo stimo, ma i miei musicisti dell’est sono quelli della Kocani Orkestar, gente che la sera ti vuole come padrino al battesimo del figlio e il giorno dopo nemmeno ti saluta...”dice scherzando). “Canzoni a manovella” è la celebrazione di un mondo e di un’epopea, quella dei pionieri dell’aria e dell’acqua, della patafisica, di personaggi incredibili come Alfred Jarry e il suo Pere Ubu; quella d’inizio secolo, dei transatlantici, degli aerostati e dei palombari, degli intonarumori e delle manovelle; quella di un mondo che andava forse meno veloce “ma aveva più pressione”, per dirla con Capossela. Che, dopo aver fissato assorto, nel silenzio generale, la copertina dell’album, chiude la sua improvvisata performance con una frase che sembra presa in prestito da un film di Totò: “A me mi piace!”. Applausi.
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