Blackfield, esce il terzo album: 'Il nostro Dark side of the moon'

Blackfield, esce il terzo album: 'Il nostro Dark side of the moon'

Minuto, nerovestito, riservato, gentile e un filo irrequieto, Aviv Geffen fa la spola tra la hall dell'albergo e il marciapiede di fronte, sorpreso che al bar degli hotel italiani sia proibito fumare. E' la metà in promozione dei Blackfield, il gruppo che ha fondato agli inizi del decennio con uno dei suoi idoli musicali, Steven Wilson dei Porcupine Tree. E ci tiene a fare sapere che mai come ora i due stanno facendo sul serio. "Tutto è cominciato come un side project, è vero.

Ma ora è una cosa seria, un impegno 24 ore su 24. Con i Porcupine Tree Steven è reduce da una grande annata. E il 2010 è stato importante anche per me, che ho aperto concerti per .U2 e Placebo. Poi però abbiamo deciso che volevamo fare un terzo disco assieme. Steven ha messo i Porcupine in stand-by per un anno, io ho accantonato gli altri miei progetti. Abbiamo in programma un lungo tour che coprirà tutta l'Europa (passando per l'Italia ad aprile, il 19, 20 e 21 a Milano, Roma e Treviso), il Canada, gli Stati Uniti, il Messico. Da due o tre anni a questa parte il nostro seguito è cresciuto enormemente in tutto il mondo, dobbiamo gratificare i nostri fan". I quali, assicura, non resteranno delusi da "Welcome to my DNA", il nuovo album che esce lunedì prossimo, 28 marzo: "Ho convinto Steven a tornare al suo vecchio stile. Come 'Stupid dream' e come 'Signify', che io considero la sua opera migliore, questo è un disco più attento alle canzoni che alla tecnica e al virtuosismo. Chi ha amato quegli album amerà anche questo".

Ci crede molto, Aviv: "Sì, sono convinto che 'Welcome to my DNA' decollerà, perché finalmente abbiamo trovato il nostro suono.

E' il nostro 'Dark side of the moon', un concept da ascoltare dall'inizio alla fine e attraversato da alcuni temi di fondo: con queste canzoni ci siamo posti delle domande sulla nostra natura, su cosa ci renda solitari o ci permetta di comunicare con il resto del genere umano. E' tutto nel nostro DNA, tutti possiamo dialogare: anche con chi compra 50 Cent invece dei Blackfiled sento di avere molto da spartire! 'Welcome to my DNA' è un modo per dire a tutti: salve, eccoci qui. Ecco quello che siamo". La realizzazione, racconta Geffen, ha comportato un impegno produttivo non indifferente: "Per la prima volta abbiamo portato in studio un'intera orchestra d'archi da 42 elementi. Abbiamo cercato di tramutare i nostri sforzi in qualcosa di puro, di raffinato. Come un piatto di caviale. Abbiamo fatto tutto a Londra, solo le percussioni sono state registrate in un grande studio di Tel Aviv. Io e Steven non volevamo scambiarci file o idee per posta elettronica. Volevamo essere fisicamente insieme, durante la scrittura dei pezzi. Per questo mi sono trasferito a Londra con il mio pianoforte e la mia chitarra. Abbiamo preparato 37 canzoni, alla fine ne abbiamo scelte 11. Quelle finite sul disco le ho scritte tutte io, testi e musiche, a parte 'Waving' che è di Steven. Non scriviamo mai insieme, perché una canzone è un'espressione intima dell'anima. Ma eravamo d'accordo sul fatto che quelle erano le migliori del lotto. E se io mi sono concentrato su testi e musiche, lui ha lavorato molto sui suoni e sulle atmosfere. Ci sono grandi musicisti che ci accompagnano ma i Blackfield siamo solo io e lui, un duo". Una coppia dal background molto differente. "Siamo diversi, certo. Ma ci assomigliamo anche. Per entrambi la musica è una fede, è tutto. A scuola nessuno dei due era il primo della classe: noi eravamo quelli strani, i tipi eccentrici. Con i Blackfield, in un certo senso, sbanderiamo le nostre debolezze per farne un punto di forza. Credo che il pubblico possa entrare in sintonia, che capisca i nostri testi e le nostre musiche". Geffen e Wilson come Gilmour e Waters nei Pink Floyd, escluse le liti epocali? "Funzioniamo bene insieme. Io sono molto più estroverso, provocante, mi trucco con il makeup. lui è molto più timido. Io sono il sognatore del gruppo, lui quello che lavora sodo". .

Nelle canzoni, il marchio di Geffen è evidente.

"Blood", uno dei pezzi chiave di "Welcome to my DNA", ha per tema la guerra: un argomento che sta molto a cuore ad Aviv, da sempre pubblicamente schierato contro l'occupazione dei Territori e la politica estera del suo Paese. "Sì, la canzone parla di quello, del cerchio di sangue senza fine che ci circonda. Credo che dovremmo ritirarci dagli insediamenti, cedere quelle terre ai palestinesi una volta per tutte. In quel brano si sentono influenze di musica ebraica: non voglio sembrare un ragazzo inglese nato e cresciuto nello Yorkshire.Steven usa la chitarra elettrica quasi in stile metal e io suono l'oud, una chitarra araba. A riascoltarla in playback, mi sembra davvero che evochi l'atmosfera della guerra. Mi piace molto, anche se al momento la mia preferita è 'On the plane' ". Con quel "fuck you" ripetuto nella strofa, "Go to hell" è un altro brano che non passerà inosservato. E che, rivela l'autore, ha un bersaglio preciso: "L'ho scritta pensando ai miei genitori", spiega Aviv senza peli sulla lingua. "Oggi che ho un figlio e cerco di dargli tutto ciò che ho, mi sono ritrovato a riflettere su quello che è mancato a me, durante l'infanzia. E su tutto quello che non mi è stato dato. Sono arrivato da Steven con quel testo, gliel'ho fatto leggere e gli ho detto che sentivo l'urgenza di cantarlo. Lui non ha avuto niente da ridire. Per me è stato come rispondere a un impulso fisico. Come vomitare. Una cosa molto terapeutica".

Il padre di Geffen, Yehonathan, è un famoso poeta, cantautore, commediografo e giornalista.

E il nonno era nientedimeno che Moshe Dayan, il leggendario condottiero della guerra dei sei giorni. Una sfida o un peso difficile da sopportare? "Eh già, vengo da una famiglia famosa. La versione povera dei Kennedy!", scherza Aviv. "Moshe, in Israele, incarnava il simbolo del macho. Io sono stato il primo, in famiglia, a spezzare la catena. Il primo antimacho, con il trucco e il mascara in faccia. Il primo a fare glam rock. All'inizio è stata dura, perché in Israele lo spirito libertario dei Sixties è arrivato solo negli anni Novanta". E oggi? "Oggi Tel Aviv è la città più sexy del mondo! Un posto elettrizzante.La scena musicale? Abbiamo qualche metal band, come gli Orphaned Land. Ma per il resto l'underground oggi non offre molto, e nessuno riesce a uscire dai confini nazionali. Non sta succedendo molto, a livello musicale. La lingua ebraica è una barriera, per chi vuole farsi ascoltare all'estero. Ci vogliono tempo e costanza. Per farlo, io ho dovuto trasferirmi a Londra". E incidere, dopo tanto tempo, un primo disco in inglese: "Ce ne ho messo del tempo, a decidermi. Sai, in Israele sono diventato una star, una specie di simbolo. Ed è dura tralasciare l'ego, rinunciare alla comodità di una situazione come quella. Ma dopo il secondo disco dei Blackfield ho sentito che era arrivato il momento di far ascoltare anche all'estero quel che ho da dire. Steven, ovviamente, è stato fondamentale. Continuava a ripetermi che era un crimine che rimanessi in Israele solo a causa della lingua. Ovviamente aveva ragione lui". Un faro, ancora una volta, nella vita di Aviv. Ce ne sono stati altri? "L'ultimo incontro che mi ha cambiato la vita è stato quello con .Thom Yorke", risponde Geffen, che da sempre coltiva una venerazione per il padre dei cantautori: tanto da avere chiamato Dylan suo figlio. "Ogni volta che mi sono sentito depresso, in vita mia, mi sono aggrappato alla musica di Bob Dylan", spiega. "A 'Don't think twice, it's alright'. A 'Tangled up in blue'. Quand'ero un teenager la mia bibbia era 'The wall' dei Pink Floyd. Crescendo, ho imparato ad amare Bob. Le sue parole, semplici e straordinarie. Il suo essere sempre uguale a se stesso".

 

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