Addio a Owsley Stanley, il 'Bear' dei Grateful Dead

Addio a Owsley Stanley, il 'Bear' dei Grateful Dead

Augustus Owsley Stanley III detto "Bear", "profeta" dell’acido lisergico ai tempi della Summer of Love di San Francisco e membro chiave della crew storica dei Grateful Dead (nella foto), è morto domenica, 13 marzo, in un incidente d’auto a Mareeba, in Australia (l’uscita di strada della vettura di cui era alla guida, conclusasi contro una fila di alberi, ha provocato anche il ferimento della moglie Sheilah). Aveva 76 anni, compiuti il 19 gennaio scorso.

Nato in Kentucky, Stanley aveva sviluppato un profondo interesse per l’ingegneria e l’elettronica durante il servizio militare svolto nell’Aviazione militare statunitense.

L’altra sua grande passione, rivolta alle droghe psichedeliche e "ricreative", lo portò a incontrare i Grateful Dead durante uno degli "acid tests" organizzati da Ken Kesey, e a diventare il principale fornitore di Lsd (qualità "Orange sunshine", che sintetizzava personalmente) per la comunità delle rock star dell’epoca. L’attività clandestina lo costrinse a passare un paio d’anni in carcere, ma gli procurò anche del denaro che Stanley usò per finanziare i Dead. Assunto dalla band di Jerry Garcia come tecnico del suono, nel 1971 curò la compilazione e produzione dell’album dal vivo "The history of the Grateful Dead, vol. 1 (Bear’s choice)"; cofondatore di un’equipe di tecnici nota con il nome di Alembic, con loro progettò e costruì il Wall of Sound, monumentale, costosissimo e impraticabile sistema di amplificazione con 604 altoparlanti e 27 mila watt di potenza che i Dead utilizzarono durante il 1974 per soli 37 concerti. Personaggio eccentrico (famosa la sua dieta esclusivamente carnivora, che non prevedeva il consumo di alcun tipo di frutta o verdura), Stanley venne omaggiato esplicitamente dai .Jefferson Airplane nel singolo "Mexico" del 1970, mentre nel 1976 ispirò agli Steely Dan la canzone "Kid Charlemagne". Negli ultimi anni di vita si era dedicato alla produzione di manufatti artigianali che spesso recavano il suo "logo", un orsacchiotto.

 

 

 




 
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