I principali quotidiani riportano oggi del concerto di Keith Jarrett a Perugia, sabato scorso. Unica data italiana per il jazzista a lungo rimasto lontano dalle scene perché colpito da una sindrome di affaticamento cronico. Sulla “Stampa” è Marinella Venegoni a raccontare di quella che è stata una grande serata di musica. “Che notte, l’altra notte qui a Umbria Jazz. Già ci si era messo il (mal)tempo, che tra pioggia e spifferi gelati aveva trasformato il giardino del Frontone in un palaghiaccio. (...) Che notte poi che ne è venuta fuori. Jarrett ha suonato che pareva non volesse più andarsene, e nemmeno il pubblico voleva andarsene, chiamando alla fine i bis (“Poinciana” e “When I fall in love”) con un entusiasmo che dimenticava freddo e umidità. Jarrett ha fatto una musica che ritrovava felicemente la liquida fluidità del suo fraseggio abituale, vagando senza inibizioni in un territorio sonoro dove le frontiere dei generi non hanno più storia. Jazz e scrittura classica, swing e dodecafonia, melodie romantiche e improvvise fratture ritmiche, lentamente, dolcemente, la sua ‘musica universale’ diventava un metalinguaggio di notazioni, citazioni colte, sperimentazioni tentate senza pregiudizi”.
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