Per chi la conosce non c’è bisogno di presentazioni. Per chi non la conosce, basti sapere che quello di Mercedes Sosa è uno dei nomi più popolari nella storia musicale e politica dell’America Latina: argentina, nata a Mendoza nel 1935, Mercedes Sosa ha contribuito al cambiamento della scena musicale popolare del proprio paese oltre a ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta contro il regime dittatoriale argentino che la costringerà, per alcuni anni tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ‘80, all’esilio in Europa. La sua voce è stata vista come una minaccia dal regime militare argentino almeno quanto è stata considerata, nel resto del mondo, un simbolo di libertà, anche grazie al repertorio che Mercedes Sosa ha scelto negli anni di fare suo, e che comprendeva anche canzoni di ‘liberi pensatori’ come Victor Jara, Chico Buarque de Hollanda, Pablo Milanes e tanti altri. Ora Mercedes Sosa arriva in Italia per una serie di concerti che la vedono in scena il 16 luglio al Festival Latino Americano di Milano, il 18 al Palazzo Reale di Stupinigi (Torino), il 19 nel cortile della Pilotta (Torino), il 21 al Castello di Romena (Arezzo), il 23 alla Corte Malatestiana (Fano) e il 23 alle Capannelle di Roma per il Festival Fiesta. Ma l’artista argentina è in Italia anche per parlare del suo nuovo album, una “Misa criolla” che in Argentina ha già venduto oltre 50mila copie in due settimane dalla sua pubblicazione. «E’ un album molto particolare», spiega ai giornalisti convenuti in un ristorante (argentino, neanche a dirlo) di Milano, «visto che è una sorta di ringraziamento a Dio che ho voluto incidere dopo una malattia che aveva rischiato di uccidermi qualche tempo fa. Era il 1997, e lo stress vissuto nel periodo del mio esilio, assommato ad un’attività artistica frenetica ha provocato una profonda crisi psicofisica. Ho trascorso 5 mesi a letto, chiusa in camera mia, con gravi difficoltà persino ad alimentarmi: vomitavo e dormivo tutto il tempo, sono arrivata al punto di perdere 38 chili di peso, che per una donna grassa come me comportano dei grandi rischi. Senza contare che non potevo fare niente. Forse è stato in quel momento che ho ricominciato ad avvicinarmi alla religione, anche se in definitiva la mia famiglia era sempre stata cattolica e quindi quella era la mia formazione. Non credevo nella Chiesa, però, e in ogni caso in quei giorni ho ritrovato la forza per credere di poter vivere. Ho dovuto reimparare a camminare, ma quando ho iniziato a riprendermi, nel marzo del 1998, ho pensato che mi sarebbe piaciuto registrare questa “Misa criolla”, una composizione scritta da Ariel Ramirez nel 1963. Conosco l’autore dal 1967, ma è stato soltanto adesso che ho pensato di volerla incidere, anche se l’avevo già cantata in Argentina nel 1994, coadiuvata da 574 coristi, di fatto una cosa possibile soltanto in Argentina. E’ bello che la “Misa”, che in America Latina viene considerata un disco folk, sia uscita in Europa su etichetta Decca, come gli album di musica classica, e sia stata premiata con un Grammy negli Awards di musica latina come migliore opera folk. Insomma, non sanno come considerarla, però la sua bellezza mette tutti d’accordo, e questa è una cosa che mi emoziona molto». Sul Cd, oltre alla “Misa criolla”, anche alcuni temi relativi alla Natività, sempre opera di Ariel Ramirez: «Abbiamo finito l’album in Terra Santa, dove ho trovato questi brani, e abbiamo pensato potesse essere giusto inserirli nello stesso Cd. E’ un album nato da molte coincidenze e cresciuto sotto strani segnali, il primo dei quali è stato il mio riprendermi dalla malattia». Con quale criterio Mercedes Sosa sceglie le canzoni che canta? «In base a quanto le amo, e anche in base a quanto amo la musica. Credo che la musica sia la parte più importante di una canzone, perché è ciò che noi ascoltiamo subito nelle canzoni di cui non capiamo i testi. Un interprete non può fare miracoli, è necessario che la musica di una canzone sia bella». Cosa pensa della nuova musica argentina, quella rappresentata da gruppi come La Mosca Tsé-Tsé? «Li conosco, ho ritirato con loro un premio, il Gardel d’oro, a Madrid qualche tempo fa. Fanno una musica da ballo, però con testi molto interessanti. Credo che quella musica sia musica di consumo, fatta per essere divorata in fretta, ma è difficile che rimarrà nel tempo. E’ un po’ come per i libri di Garcia Marquez, Borges, e tanti altri, come ad esempio il vostro Tabucchi: ci sono molti artisti in questo momento che scrivono libri assai venduti, ma è difficile che rimarranno nel tempo come quelli. Comunque l’importante è non avere pregiudizi: questo mi ha permesso di cantare in questi anni con tutti, da Caetano Veloso a Pavarotti – e anzi con lui è stato difficile: dovevamo cantare “Caruso” ma lui è stato molto furbo. Ha cantato il pezzo “Te vojo bene assai...” e mi ha lasciato tutto il resto, che è faticosissimo...! – senza contare le recenti collaborazioni con gruppi rock come Los Prisoneros e jazz come El Congreso. Non ho preclusioni, studio, mi impegno duramente, canto con chi vuole cantare con me se mi piace quello che mi propone e poi torno alla mia musica folk. Dopotutto, la musica è la cosa più importante, come dice anche una splendida poesia di Nazim Hikmet: “Ho avuto le donne più meravigliose, ho bevuto il vino migliore...ma soltanto la musica mi ha conquistato davvero, perché cattura l’anima del popolo...” ecco, anche per me è così...» Ci saranno possibilità di ascoltare la “Misa criolla” in Italia? “Non lo so. Per il momento ho ricevuto soltanto una proposta dalla Decca tedesca, che mi vorrebbe in Germania a dicembre per una versione live della “Misa”, nella quale avrò a disposizione 130 coristi. Nel disco ne abbiamo usati 90, e di fatto il costo dei coristi è l’unico vero problema di questa rappresentazione. Comunque in quel periodo sarò in Spagna per la registrazione di un album con i migliori musicisti spagnoli, e non mi dispiacerebbe replicare quello che farò in Germania anche in altri paesi europei, e quindi anche in Italia...»
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