Il disco nu...‘Ovo’ di Peter Gabriel?

Il disco nu...‘Ovo’ di Peter Gabriel?
E’ stato presentato ai giornalisti italiani "Ovo", il nuovo disco di Peter Gabriel. In realtà, volendo fare i "puristi", l’album, che sarà nei negozi tra il 5 e il 12 giugno, non andrebbe considerato come il seguito di "Us" (come invece si può continuare a fare per il più volte annunciato "Up", l’album-chimera atteso da un paio di anni). "Ovo" infatti include le musiche composte da Gabriel per il "Millennium show", spettacolo che per tutto il 2000 si svolge nel Millennium Dome di Londra (vedi anche News di Rockol). Ragion per cui, ogni commento va fatto (e letto) con cautela. E’ un fatto che diversi brani sono strumentali, ed altri non sono cantati da Gabriel che li ha composti, ma sono interpretati da altri artisti: ad esempio Richie Havens, o Alison Goldfrapp. Peraltro, non c’è ancora una tracklist definitiva.
Accanto a queste notazioni, è anche giusto considerare che forse l’avveniristica rappresentazione concepita dal guru di Bath è in tutto e per tutto una "summa" della sua creatività, diretta discendenza della teatralità portata nel rock ai tempi dei Genesis. E proprio i fans che seguono da anni il creatore di "The lamb lies down on Broadway" possono esultare per quella che sembra, dopo tanti anni, una nuova "suite", un’apoteosi non tanto del Gabriel "ricercatore musicale", ma del Gabriel che racconta storie e le mette in scena. Al di là delle sonorità scelte, al centro di "Ovo" c’è infatti un "concept", la saga di una famiglia che attraversa tre ere, in una immaginaria isola di "Albion". Theo, sua moglie Beth e i suoi due figli attraversano un’era primordiale e agricola, un’altra industriale ed alienata, e quella futura, nella quale si compie l’integrazione armoniosa di elementi naturali e tecnologici. "Ovo" è il nome dell’ultimo erede, nato da un1unione interrazziale, che alla fine della storia (illustrata da un grazioso librettino) viene inviato tra le stelle in un’astronave-nido.
Tutto questo è accompagnato da dodici brani, ognuno dei quali caratterizzato a seconda dell1epoca considerata: ad esempio, fanno spicco le connotazioni "etniche" della prima parte del disco, contrapposte alla Babele industriale in cui sono immerse le canzoni della parte centrale, e quelle "miste" (un po’ meno riuscite, a nostro parere) della conclusione. Il progetto è ambizioso, e probabilmente l’ascolto del disco, senza la visione del balletto che ne è parte integrante, risulta monco. Ciò non toglie che alcuni brani (ad esempio la suadente "The time of the turning", oppure "The weavers reel", travolgente giga irlandese cui ha collaborato Simon Emmerson degli Afro Celt Sound System) siano di qualità superiore, e valgano l’acquisto immediato del cd per i molti discepoli del cantante (che comunque, non sono tipi da farsi pregare). Più difficile dare indicazioni ai non strettamente affiliati al culto dell’arcangelo Gabriel. A un primo ascolto, "Ovo" sembra più figlio del quarto disco solista di Gabriel (si sentono echi di "The rhythm of the heath" e "Wallflower") che non dei successivi, stemperati "So" e "Us". Ma in realtà il posto più adatto per questo disco potrebbe essere accanto alle colonne sonore de "L’ultima tentazione di Cristo" o, soprattutto, di "Birdy". Certo, qui lo sceneggiatore è Gabriel, e questo fa una notevole differenza. Ma dal momento che il mondo della musica attende i suoi dischi come fossero un’enciclica, forse è il caso di avvertire che non bisogna aspettarsi molto dai brani che prevedibilmente avranno una diffusione maggiore, come il rap di "The story of Ovo" (con Neneh Cherry e il rapper Rasco), o il singolo "Donwnside-up" (cantato con Richie Havens, Paul Buchanan ed Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins). Interessante in ogni caso notare come Gabriel non abbia scelto per quest’opera ambiziosa quella musica orchestrale che, da McCartney ai Metallica, è più che mai considerata mezzo di espressione "alto" da tanti bei nomi del rock, ma sia al contrario partito dal basso, rendendo solenni i suoni delle culture popolari - compreso il rock.
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