Giovanni Lindo Ferretti presenta ‘Co.dex’ a Milano: «D’Alema e Fini gli unici veri politici».

Giovanni Lindo Ferretti presenta ‘Co.dex’ a Milano: «D’Alema e Fini gli unici veri politici».
Quando parla, Giovanni Lindo Ferretti è un fiume in piena: una sua conferenza non è mai problema di domande e risposte, casomai si tratta di sintetizzare i mille argomenti trattati nell’ora e passa di parole che hanno contrassegnato l’incontro con la stampa, avvenuto oggi, venerdì 14 aprile, presso la Salumeria della Musica di Milano. Completo grigioverde militare, stivali, capelli rigorosamente rasati a zero con una sola striscia cortissima al centro della testa (“africana”, commenta il fotografo Alex Majoli, autore del servizio fotografico relativo al Cd), appena tornato da un viaggio di cinque giorni in Sudafrica – dove si è presumibilmente recato per vagliare la disponibilità di Nelson Mandela a presenziare al Festival Bologna 2000, in occasione della serata a lui dedicata – Ferretti è a Milano per presentare il suo primo, sofferto album solista “Co.dex”, e il libro scritto insieme, ma separatamente, a Massimo Zamboni e intitolato “In Mongolia in retromarcia” (ed. Giunti, già recensito da Rockol nell’apposita area “Libri, video & co”). E’ proprio ad introdurre il libro che interviene il direttore della Giunti Riccardo Bertoncelli, che nel sottolineare il valore ‘letterario’ del lavoro – un vero libro, e non un libro di musica o di musicisti – ribadisce l’importanza del rapporto artistico e personale che ha legato Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti per quasi vent’anni: «Sono stati complementari, come lo Yin e lo Yang del Tao: vedere la loro onorata società sciogliersi è una cosa che dispiace molto, ma d’altronde il destino ha voluto così. Con questo libro, comunque, abbiamo preservato il meglio, un libro scritto a quattro mani pieno di cose, e poi ci sono le prossime pagine da scrivere con i C.S.I.», dice Bertoncelli, prima di passare la parola a Ferretti. Il quale racconta le mille vicissitudini di un album che nasceva da un progetto comune della coppia Ferretti-Zamboni, naufragato quasi subito e divenuto a poco a poco un album del solo Ferretti, assistito nella realizzazione delle sue idee ‘sintetiche’ da Eraldo Bernocchi – presente alla conferenza stampa insieme a Jovanotti e Gianni Maroccolo dei C.S.I. – ed entrato sempre più in relazione con un mondo musicale al quale si era sempre mostrato formalmente poco interessato. «Il mio rapporto con la musica è importante, dopo troppi concerti mi stanco, ma se sto a lungo senza concerti torno a cercarli. La musica per me è tutto quello che si muove tra cielo e terra, è un confine che separa e al tempo stesso divide, un qualcosa di magico, di unico: la musica è l’unica forma d’arte capace di espansione, il suono emesso si propaga e tende a salire verso l’alto, verso il cielo. Credo sia una metafora stringente della condizione umana. Io non suono strumenti, non faccio musica, io ho dalla mia le parole, ma le parole sono una cosa strana: le parole cullano, le parole caricano, io nelle mie parole ho il ritmo per essere madre che culla e primo guerriero. Eraldo mi ha dato la possibilità di cercarmi davanti allo schermo vuoto di un computer, sul quale stendere le parti e i suoni che volevo. E’ stato il mio disco, ma senza di lui non sarei riuscito a farlo, e di certo non così. E’ il mio primo album che nasce da una tabula rasa interna, dopo che avevo attraversato quella esterna con i CSI, e vi assicuro che non c’è differenza: ora, per la prima volta, sono solo, inutile fingere che sia tutto passato e che vada tutto bene, ma poteva andare peggio». Nel disco gli echi di una guerra, della trasferta dei CSI a Mostar, a cominciare dall’iniziale “Warum”: «Qui c’è Lorenzo, con il quale abbiamo idee spesso diverse, e quindi possiamo confrontarci piacevolmente sulle cose», dice Ferretti ammiccando a Jovanotti, probabilmente in riferimento al suo coinvolgimento in “Il mio nome è mai più”, «ma io detesto gli atteggiamenti tipo “abbasso la guerra evviva la pace’, mi sembrano la cosa più comoda e più facile del mondo. Se penso agli amici che ho a Mostar e ai loro racconti, non posso che detestare i pacifisti che hanno imposto l’embargo delle armi sulla Bosnia, lasciando chi abitava a Sarajevo e a Mostar sotto i bombardamenti per due anni senza alcuna possibilità di potersi difendere. A Mostar fino al giorno in cui non è scoppiata la guerra, c’erano manifestazioni pacifiste che coinvolgevano tutta la città, ma da dopo l’esplosione della prima granata le cose sono cambiate drasticamente, perché non è vero che per fare la guerra bisogna essere in due: basta la volontà di uno, lo abbiamo visto tutti. Per questo motivo volevo che il mio album iniziasse parlando di quel mondo, del pensiero ai miei amici di Mostar, della guerra come situazione ineluttabile, che richiede un suo codice di comportamento così come un codice richiede la pace. E’ per questo che il mio album si intitola “Co.dex”, per sottolineare questa necessità, che attualmente avverto come una mancanza primaria. E’ troppo facile dire ‘vogliamo la pace’, è come dire ‘voglio stare bene, non mi voglio ammalare’, la verità è che la malattia sta al corpo così come la guerra alla società: è un male ineluttabile». In riferimento alle imminenti elezioni regionali, Ferretti ha poi detto che accorderà la propria preferenza all’attuale Presidente del Consiglio, perché «credo che D’Alema sia un politico illuminista, e l’idea di avere un uomo così alla guida del governo mi sembra già tanto. E’ un uomo di cui apprezzo la capacità politica, anche nella bassezza eventuale che questa necessariamente comporta. Voterò lui indipendentemente dal suo partito, nel senso che se un domani il suo partito dovesse essere rappresentato da un altro politico, non è detto che io lo voti. Credo che in Italia due siano gli uomini che definirei politici, lui e Fini: hanno obiettivi diversi, naturalmente, ma mi sembrano gli unici con un idea e dei significati ben chiari, gli altri potrei definirli in tutti i modi tranne che politici». Sul futuro dei CSI Ferretti non si sbilancia (anche se dopo, dietro le quinte, il suo pard Gianni Maroccolo ridimensiona il quadro della situazione dicendo che il peggio è passato e che il gruppo ha in programma di tornare presto a lavorare) e dice: «Suoneremo il 27 giugno a Bologna per il Festival di cui sono direttore artistico. non so cosa sarà dei CSI, vedremo se il gruppo saprà trovare una propria ragion d’essere. Io sono una parte importante del gruppo, ma non sono tutti i CSI: spero di fare ancora con loro una parte di cammino, ma se ciò non dovesse succedere, vorrà dire che c’è un motivo valido ad impedirlo. Del resto, se quella del 27 giugno dovesse essere la morte dei CSI, sarebbe una bella morte, contornati dagli ottoni e dalle fanfare di Goran Bregovic. Per quello che riguarda il mio album non ho per il momento intenzione di portarlo in giro per concerti, ma credo che organizzerò uno spettacolo per presentarlo in autunno: sarà qualcosa di più teatrale che musicale, uno spettacolo più che un concerto».
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