Credits: Marta Coratella / Concessione in uso a Rockol
Scrive Maria Volpe sul "Corriere della Sera": «"Tutti gli zeri del mondo. Vanno insieme aspettando la notte. Che le ore più belle sono sempre le ore più corte. Una luna dipinta, quattro stelle di carta stagnola. E una sola canzone leggera che si libera e riempie di note quest'aria. Benvenuti gli zeri del mondo che scandiscono il tempo sognando. Fortunati perché sono veri, perché hanno una faccia soltanto. Questa sera li incontrerai tutti. Sono loro, i più accesi, i più matti. Un'occasione speciale davvero. E l'universo si tinse... di Zero". E' Mina che parla. Un breve monologo, elogio degli ultimi, in pieno stile sorcino. E' cominciato così, ieri sera su Raiuno, lo show di Renato Zero "Tutti gli zeri del mondo", terzo spettacolo musicale dopo quelli di Morandi e Celentano, in onda da Mirabilandia, parco dei divertimenti in provincia di Ravenna. (...) Zero ha scelto anche di affrontare in ciascuna delle 4 puntate un tema drammatico. E ieri ha parlato di infibulazione, l'atroce pratica ancora in uso su milioni di ragazzine africane, che consiste nella mutilazione dell'organo sessuale femminile. "No, non ho voluto scandalizzare - ha spiegato il cantante -. L'infibulazione è una realtà così pesante che era giusto parlarne". E per farlo Zero ha recitato la lettera di una somala che ha subito questo trauma. Ma la musica non è mancata (14 canzoni in totale): dai due brani di Tenco "Lontano lontano" e "Vedrai vedrai", omaggio al cantautore scomparso da parte di Zero, al medley di canzoni di Morandi il quale ha ricambiato proponendo un vecchio brano di Zero, "Inventi"». Su "La Repubblica" Brunella Torresin scrive: «"Tutti gli Zeri del mondo" ha grandi numeri: 150 figuranti, distribuiti nelle quattro puntate (cui seguirà una quinta, "il meglio di"), e poi, come elenca Renato Zero, "direttori di scena a iosa, un esercito di sarte, autori a non finire.... Eravamo abituati a un'altra povertà, questa è lussuria. Mi sento come Cenerentola, riluttante a indossare la scarpa che la porta in sposa al principe Raiuno". Nel ventre della Zeronave, tutta in bianco e nero, l'orchestra di Fonopoli si sistema sulla prora, l'equipaggio (musicanti di strada, mimi e saltimbanchi, gruppi familiari, bambini e marinaretti) nella stiva, attori e tecnici e pubblico in sala macchine. Il "camerino" di Renato Zero, che le telecamere inquadrano, è un buen retiro candido e fiorito, con le effigi dei Blues Brothers, un cavallo nero sellato (finto), un'altalena su cui si dondolano i figuranti Abbondanza e Carestia, una poltrona foderata di libri, specchi, costumi di scena. (...) Zero confessa una sola debolezza: "Mi aspetto che questo spettacolo susciti l'affetto e la tenerezza dei colleghi". Le canzoni inedite, una a puntata oltre alle due sigle, comporranno un disco, "Tutti gli Zeri del mondo" in vendita a giugno. Da tre giorni è nei negozi l'album dei greatest hits, "I miei numeri". Lussuria: "Spero di traviare un pubblico che non ha avuto la possibilità di avvicinarmi - confessa Zero - la gioventù dei quattordicenni incollati al computer ma anche i professionisti che tornano a casa stanchi, e in cui vorrei stimolare un'eccitazione sessuale. Le canzoni servono anche a questo". Lussuria, ma non poi troppa, lo contraddice Agostino Saccà, direttore della rete: allegorico, barocco, stupefacente, sì, ma "questo programma costa infinitamente meno di una sola puntata di fiction". "Ci sono responsabilità umane e personali che devono coniugarsi con la sensibiità dell'artista - spiega Renato Zero poco prima dell'inizio della trasmissione - devo fare i conti con l'altra parte dell'esistenza, i senza tetto, i portatori di handicap, chi non riesce a staccarsi dalla siringa. Vorrei che si dicesse, ecco, Renato Fiacchini in arte Zero, a loro ci pensa ancora. Ci penso ancora"».
Gino Castaldo su "La Repubblica" sostiene che Zero è un «conservatore sotto la maschera: le sue canzoni sono semplici, perfino tradizionali, in quello che è stato (e anche il programma lo conferma) il più clamoroso contrasto che si sia sviluppato nella canzone italiana: quello tra l'esplosiva, ambigua, travestita, teatralissima personalità di Zero e le sue canzoni, che a ben vedere avrebbe potuto cantare anche Luciano Tajoli, benché scritte dal più fantasioso e originale dei performer della nostra musica popolare». Un critico televisivo, Alessandra Comazzi de "La Stampa", scrive: «Per essere ricco, è ricco, lo show di Renato Zero. Ricco, ridondante e barocco. Del poeta è il fin la maraviglia, a Raiuno devono aver fatto proprio con entusiasmo e dispiego di mezzi il verso del buon Giambattista Marino. Visto che siamo in epoca di neo-barocco, certo non ci vengono risparmiate le metafore, la più riuscita essendo quella di Paolo Bonacelli (per forza, è un attore bravo) nel ruolo di Lucro, cioè il dio denaro che naturalmente andrebbe sfuggito come la peste. Salvo poi utilizzarlo a fiumi per realizzare un programma come questo».
Gino Castaldo su "La Repubblica" sostiene che Zero è un «conservatore sotto la maschera: le sue canzoni sono semplici, perfino tradizionali, in quello che è stato (e anche il programma lo conferma) il più clamoroso contrasto che si sia sviluppato nella canzone italiana: quello tra l'esplosiva, ambigua, travestita, teatralissima personalità di Zero e le sue canzoni, che a ben vedere avrebbe potuto cantare anche Luciano Tajoli, benché scritte dal più fantasioso e originale dei performer della nostra musica popolare». Un critico televisivo, Alessandra Comazzi de "La Stampa", scrive: «Per essere ricco, è ricco, lo show di Renato Zero. Ricco, ridondante e barocco. Del poeta è il fin la maraviglia, a Raiuno devono aver fatto proprio con entusiasmo e dispiego di mezzi il verso del buon Giambattista Marino. Visto che siamo in epoca di neo-barocco, certo non ci vengono risparmiate le metafore, la più riuscita essendo quella di Paolo Bonacelli (per forza, è un attore bravo) nel ruolo di Lucro, cioè il dio denaro che naturalmente andrebbe sfuggito come la peste. Salvo poi utilizzarlo a fiumi per realizzare un programma come questo».
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