Smashing Pumpkins a Milano: la cronaca di Rockol

Smashing Pumpkins a Milano: la cronaca di Rockol
Alcatraz pieno – ma la capienza del locale milanese porta al massimo meno di 3000 persone – per uno dei concerti più attesi della stagione, quello degli Smashing Pumpkins. In procinto, come ormai noto, di pubblicare un nuovo album (si intitola “Machina/ The machines of God” ed uscirà in tutto il mondo il prossimo 28 febbraio), il gruppo ha intrapreso una fitta serie di concerti europei ‘di riscaldamento’, per arrivare poi probabilmente ‘rodato’ alla tranche americana del tour: forse è così che si spiega l’anticipo di quasi due mesi con il quale il gruppo si è esibito nel vecchio continente rispetto all’uscita dell’album (il tour europeo è partito lo scorso 7 gennaio da Stoccolma e proseguito per Copenhagen, Monaco di Baviera e Milano. Le prossime date saranno al Coliseum di Lisbona (15), al Palacio de Congresos di Madrid (16), all’Elysée Montmartre di Parigi (18), al Cinque Royale di Bruxelles (19), all’Apollo di Manchester (21), al Dominion di Londra (22) e al Music Centre di Utrecht (24)). In ogni caso il set proposto all’Alcatraz, composto di 19 canzoni, ha scatenato l’entusiasmo dei presenti sin dalle prime note. Sono le 21 e qualche minuto quando in sala si spengono le luci e il gruppo arriva sul palco: il pubblico si accerta con i propri occhi della presenza della ex-Hole Melissa Auf Der Maur, nuova bassista del gruppo al posto della dimissionaria D’Arcy, e presenza che offre un misto di grazia ed esuberanza, soprattutto se paragonata alle movenze ipnotiche e spettrali del leader e del suo socio in affari di chitarra, James Iha, forse ancora più immobile di Corgan. Partono le chitarre di “Glass and the ghost children”, ma il tripudio arriva quando Corgan avvicina le labbra al microfono e intona la prima strofa: «to the center of the earth/or anywhere god decides…» per arrivare ad un ritornello particolarmente significativo: «I want to live/ don’t want to die/I want to live/I want to try/all in prayer/prayer in all/all are scared/scared of all». Dopo la morte, ossessione del precedente “Adore”, adesso è la vita, e un ritrovato rapporto con la spiritualità, la fede, in una parola Dio, a dettare legge nei testi dei nuovi Smashing Pumpkins e nel loro nuovo album. Ieri, un preascolto a flusso continuo per i giornalisti precedente al concerto, ha lasciato intravedere un album decisamente più essenziale, scarno e diretto del precedente, con canzoni più ortodosse dal punto di vista della struttura ma pronte a svicolare da un lato verso una direzione psichedelica, dall’altro verso connotati maggiormente pop. E’ un album molto lungo “Machina/The machines of God”, dura 73 minuti, nei quali Corgan esplora abbondantemente il proprio universo musicale targato 1999 e, come spesso è capitato nel finale di millennio appena trascorso, decide di portare con sé l’indispensabile (o quasi). Sana musica rock, prolungamento compatto e omogeneo di quanto di meglio prodotto negli States nel corso degli anni ’90, e testi che in fondo, scritti da un ‘buontempone’ come lui, sembrano quasi un inno alla speranza. La voce è sempre quella, quella da bambino ‘mostro’, da ragazzo della porta accanto che assembla genio e nullità, e che incarnava in sé, soltanto pochi anni fa, un’intera generazione di ‘zeri’ ed è pronta, nel suo crescente egotismo, a cercare altri proseliti. Ma “Machina…” non è certo un disco che sorprende, anzi: tutt’al più conferma maestria e doti di una delle più quotate menti rock in circolazione. Tornando al concerto, il boato che accoglieva “Glass and the ghost children” è niente rispetto a quello che saluta “Tonight, tonight”, un vero inno della band, mentre “Heavy metal machine”, altro brano nuovo, trascina con sicurezza e un po’ di scontatezza il pubblico sull’onda di un riffone rock che non lascia scampo. Poi arrivano “Zero” e “Slow song” prima di un nuovo brano inedito “Age of innocence”, decisamente superiore al precedente, e di seguito si torna alla sfilza di canzoni del passato, come “I am one”, “To Sheila”, “Pale scales”. L’impressione è che i brani nuovi – 7 su 19 – siano destinati a crescere in futuro, e che verranno rodati direttamente live e nei soundcheck, mentre qualche perplessità incontra la scelta di ridefinire alla luce del set attuale anche le sonorità dei brani più attempati, come “I am one”. Dopo due novità come “I of the mourning” e “Wound” l’Alcatraz si rivolta per “Ava adore”, hit della band estratto dall’album precedente, mentre “Cherub rock” chiude ufficialmente il set. Il gruppo si ripresenta sul palco in versione acustica, con Jimmy Chamberlin alla chitarra, per suonare “Disarm” con l’accompagnamento di una drum machine, e “1979”. Nuovo finale, nuovo ritorno sul palco, mentre il pubblico inneggia a Corgan e dedica un coretto anche a Melissa Auf Der Maur. Corgan, che durante il concerto ha alternato momenti di ostinato mutismo a un paio di sproloqui spiritual-visionari (prima, però, aveva chiesto al pubblico, con fare scettico, se capiva l’inglese), ne ha approfittato per presentarla ufficialmente e poi è partito con "Glass' theme", seguito in un continuum da “Bullet with butterfly wings”. Il Mondo Vampiro acclamato e ripudiato dai presenti ha chiuso il set dopo due ore vissute bellicosamente: gli Smashing Pumpkins regalano grande potenza d’insieme, poco stupore, un suono che incarna meglio d’ogni altro il rock del decennio trascorso - diventato già un classico - se non altro per la vasta gamma di possibilità e variazioni sul tema che è capace di mettere in scena, una scaletta di ottime canzoni. Se ci fosse anche qualche guizzo di fantasia in più, un qualcosa che lasci intravedere un ‘work in progress’ artistico sarebbe perfetto, ma il pubblico dell’Alcatraz sembrava comunque più che contento anche così. E forse è anche sbagliato chiederlo a chi, al rock, ha già dato più che abbastanza.
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