Credits: Alessandro Pallone / Concessione in uso a Rockol
Sul "Corriere della Sera" Roberto Vecchioni commenta le imprese delle "baby-gang", ma non solo: basta leggere l’inizio dell’articolo. «Incominciamo male. Ho già nostalgia del Novecento. Ho già nostalgia di Chagall, di Picasso, di Mirò, dell'animo che si faceva tratto disperso a riprodurre la coscienza, il disagio di una realtà, quella in noi, così diversa da com'è fuori. Ho nostalgia di Pirandello, Kafka, Pessoa, Borges, dei labirinti intricati per definirci, collocarci in un punto o mille punti, imbrigliare l'«assurdo», farne polpette, restituirci un senso, l'albero tagliato da Dio. Ho nostalgia della scienza, di tutte le scienze che correvano parallelamente all'uomo, senza dargli in mano prima del tempo ciò che non poteva ancora capire; e nostalgia della parola che si perde, che non significa più niente se non se stessa, e come tutte le cose ha perso la sua storia. I nostri ragazzi, a Milano, ovunque, non vivono la storia, non proseguono la storia, oh, non quella dei libri, delle date, dei mal di testa filosofici: la storia come divenire, programma, attesa, spasimo e conquista personale; la propria storia come imitazione, replica individuale di quell'altra, grandissima che abbiamo strappato ai secoli. (...) Cosa può fare una madre, un padre contro uno Stato che propone come valore assoluto 50 miliardi di superenalotto e ne riempie i telegiornali di un'attesa salvifica superiore alla nascita di Gesù di Nazareth? Può battersi, deve battersi a rischio dell'incomprensione, del disamore, dello sberleffo, del mancato rispetto. Deve tirar giù il figlio dal terrazzo, fargli ridiscendere i piani di corsa e risalirli con lui uno alla volta, ascoltando alle porte, aprendo le porte e con infinita pazienza spiegare perché ogni cosa sia in un posto preciso, dai fiori sul tavolo, al pane nella credenza, al televisore spento di notte: la storia, il senso di un oggetto, di una persona».
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