I quotidiani in edicola oggi si sono avventati sull’accoltellamento di George Harrison lasciando ai lettori soprattutto due impressioni. La prima è quella di trovarsi di fronte a "coccodrilli" già pronti per la morte del chitarrista. La seconda è che almeno metà di coloro che sono stati chiamati a dare il loro contributo avessero già le valigie in mano per il weekend con cenone annesso. Imprecisioni di fine anno disseminate allegramente come petardi rendono comunque quasi divertenti, per i beatlesiani, i paginoni dedicati alla "maledizione" dei Beatles (a margine: se i Beatles sono maledetti, cosa dovrebbero dire i Beach Boys, o i Rolling Stones, per non citare gli Allman Brothers e... meglio fermarsi). Beppe Severgnini, nuovamente chiamato in causa come esperto in materia (gli sta succedendo sempre più spesso) scrive sul "Corriere della Sera" che in realtà non è il caso di parlare di "maledizione": «I Beatles sono stati soprattutto una benedizione per tutti noi», e ricordando che «il confine tra fan e fanatico è sempre incerto, come l’etimologia lascia sospettare», ricorda che «esistono gruppi musicali che hanno giocato con la violenza, sfidato la sorte e corteggiato la morte: la storia del rock è piena di tragedie annunciate. Non i Beatles, la cui vera forza era - ed è - la normalità. Anche le loro infrazioni erano alla portata di qualsiasi bancario: i Beatles non erano i Doors o i Nirvana. Il loro imborghesimento è stato spettacolare e rassicurante: tutti sono diventati uomini d’affari con belle ville e mogli volitive».
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