Gino Castaldo recensisce Berselli

Su "la Repubblica" di oggi compare un lungo articolo firmato da Gino Castaldo e dedicato al libro "Canzoni del politologo Edmondo Berselli (ne abbiamo parlato lo scorso 8 novembre: v. News):

"Nessuno ci toglie dalla testa che sotto sotto l'ambizione del politologo Edmondo Berselli ... sia stata quella di scrivere una lunga bella canzone sulle canzoni. I toni sono i medesimi, fioriti, divertiti, musicalissimi e saggiamente estranei a facili partizioni sociologiche o ideologiche. Come le canzoni, per l'appunto... A prevalere è il senso di un amore profondo e viscerale, e pertanto arbitrario, a partire dalla struttura del libro che, senza una vera e propria sistematicità, si raccoglie intorno a sei capitoli: "Le vite parallele di Mina e Adriano", "Shel e gli altri", "Quel gran genio di Mogol", "Ermeneutica di Lucio", "Re Vasco e il divo Claudio" e "Il fast-thought di Max Pezzali". Titoli che sono già un programma. Nelle canzoni ... Berselli ci si tuffa dentro ... convinto che possano anche farci intendere vaste parti della nostra storia, a patto che le si consideri semplicemente indizi, tracce sparse di un intricato mistero di correlazioni che lega i segni delle parole e delle melodie alla trama complicata della vita in tutte le sue manifestazioni... Meglio scavare in questa affascinante ambiguità, raccontare doviziosamente lo scenario in grigio dell'Italia anni Cinquanta bisognosa di lampi folgoranti che come per incanto si materializzarono nell'apparizione di due figure decisive: Mina e Celentano. Senza lesinare critiche alle evoluzioni recenti delle due formidabili storie: "Mostri sacri si nasce, babbioni si diventa. Mina e Celentano, da sublimi plebei che erano, sono riusciti a diventare borghesi banali". Forse con una punta di esagerazione ... Berselli sceglie Shel Shapiro, l'inglese trapiantato tra le mura del Piper insieme ai suoi Rokes, come testimone degli anni Sessanta... E raccontando raccontando, riesce anche a prendere posizione, come fa nel caso Mogol-Battisti, eterno dilemma e cruccio per generazioni di esegeti volenterosi, schierandosi decisamente dalla parte di Battisti, e poi, Dio lo benedica, prende in alta considerazione la fase successiva della produzione di Battisti (quella legata alle parole di Panella) e perfino il contestatissimo disco di transizione con testi firmati dalla moglie. Dove proprio esagera è nel finale, in cui Max Pezzali, anzi il numero magico e misterico di 883, rimane l'unica possibilità di cercare una quasi impossibile sintesi dei Novanta. C'è anche un rimprovero verso i frettolosi osservatori musicali che avrebbero sottovalutato se non il valore perlomeno la pertinenza ambientale del messaggio. Sarà anche vero, per carità ..., eppure sembra comunque una nota stonata in una bella sinfonia. Gli anni Novanta sono anche gli ultimi di un secolo che ha prodotto una straordinaria storia musicale, nella quale le canzoni italiane hanno un posto di tutto riguardo. Possibile che questa grande storia debba finire, almeno per il momento, con Max Pezzali?"

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