"La Repubblica" ospita un’intervista realizzata dal "Sunday Times" a Paul McCartney, che parla dello spettacolo "A garland for Linda" e del suo successo negli Usa. «Il forte consenso ottenuto presso il pubblico americano ha reso immediatamente necessaria una trasferta oltreoceano (il 4 dicembre scorso alla Riverside Church di New York). Al debutto, avvenuto il 18 luglio nella cappella privata della Charterhouse School del Surrey, Paul McCartney era emozionato come un ragazzino. Qualche mese prima, il ragazzino di 57 anni che ha radicalmente cambiato la storia della musica popolare con almeno un centinaio di canzoni senza tempo aveva chiesto a otto giovani compositori inglesi di musica contemporanea (John Tavener, Judith Bingham, John Rutter, David Matthews, Roxanna Panufnik, Michael Berkeley, Giles Swayne, Sir Richard Rodney Bennett, ai quali si è aggiunto lo stesso McCartney) di scrivere un brano per la "ghirlanda".
Al successo dell'iniziativa ha contribuito il fascino che esercita il solo pronunciare o leggere la parola Beatles. "Ma abbiamo visto anche molti giovani", ammette Paul, felice che sia stata comunque Linda ad aver ispirato gli artisti interpellati e i tanti affezionati che hanno fatto ressa ai botteghini. Il 23 di questo mese "A garland for Linda" sarà per la prima volta in scena a Londra, nella piccola e suggestiva chiesa di St. James a Piccadilly. Ed è probabile che per Natale la EMI pubblichi un disco dedicato all'evento. Rispetto ai suoi precedenti classici ("Liverpool Oratorio" e "Standing stone"), dove aveva sempre preferito essere affiancato da un altro autore, qui McCartney ha fatto tutto da solo, componendo un brano corale di enorme suggestione: "Impaurito? Un po'. Ma è normale. Succede a chi osa oltrepassare i confini del proprio territorio. Se fosse stato un concerto rock sarebbero stati gli altri otto ad avere qualche timore". (...) Classico, dunque, ma rigorosamente autodidatta e non-allineato. Proprio dopo aver composto "Eleanor Rigby" un maestro di musica cercò di insegnargli a leggere lo spartito: "Non mi sembrò affatto semplice. Così per punizione l'insegnante mi costrinse a ritornare al solfeggio". Tutto questo entusiasmo non cancella però i sospetti di chi considera il suo approccio alla cultura sinfonica eccessivamente retorico e ampolloso: quasi una conseguenza del suo rifiuto a conoscere più approfonditamente i segreti della tecnica musicale. "Ma la mia non è solo cocciutaggine", spiega. "Ho sempre avuto paura che la tecnica potesse guastare tutto. Quando scrivevamo un pezzo con i Beatles era George Martin che li trascriveva su carta. Spesso diceva: ma dove la devo mettere questa nota? E noi rispondevamo: questo lo puoi sapere solo tu!"».
Schede:
Tags:
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale