Jon Anderson dice sempre Yes

E’ in forma, Jon Anderson, forse perché innamorato, come sottolinea durante l’incontro con la stampa, e comunque ben disposto a parlare degli Yes con un po’ di ironia per la loro storia altalenante, i litigi e le riunioni; ma anche con una certa rassegnazione nei confronti dello strapotere delle case discografiche e dei promoter che costringono il gruppo a fare 12 concerti in Germania e solo due in Italia: Milano il 14 marzo e Trieste il primo aprile - “ma stiamo cercando di convincere i promoter ad aggiungere un paio di date”, spiega il cantante, che ha pubblicato di recente anche un nuovo album da solista, con la giovane moglie al fianco.

Dopo “Keys to Ascension”, (“Un’ enciclopedia degli Yes”), è arrivato “Open your eyes”, il nuovo disco in formazione d’eccellenza: Anderson, Squire, Howe e White, con Billy Sherwood, produttore di “Keys” e amico del gruppo, entrato nella line-up un po’ come accadde per Trevor Horn. Il suo ingresso si è reso necessario quando, racconta Anderson, “Wakeman è andato in una tv americana di ispirazione religiosa, e ha detto che la musica degli Yes era la musica del diavolo. Abbiamo provato a telefonargli per chiedere cosa intendesse dire, ma non ha mai risposto ai nostri messaggi. E allora ci siamo resi conto di aver bisogno di un tastierista”.
Il disco non porta buone notizie per i nostalgici di “Fragile”, ma tratta meglio chi si è accostato alla band con “90125” o “Big generator”: anzi, c’è un certo quale alleggerimento in chiave pop e addirittura vagamente dance, anche se naturalmente tre santoni del rock a fanfara come Anderson, Howe e Squire non mancano di lanciarsi nei consueti arzigogoli.
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