Gotan Project, capitolo 3.0: 'Cambiamo pelle al tango'

Gotan Project, capitolo 3.0: 'Cambiamo pelle al tango'

E’ il terzo album, i Gotan Project sono in tre e ambiscono a proiettare nel futuro digitale l’electro-tango, la musica che li ha resi celebri nel mondo. Logico, allora, intitolare “Tango 3.0” il nuovo disco, nei negozi da oggi, 16 aprile, dopo quattro anni di attesa. Tempi lunghi, ancora una volta, ma giustificati da un’attività sempre intensa. “Tra il 2006 e il 2007 siamo stati in tour. E l’anno scorso abbiamo ripreso a suonare dal vivo, anche se per un mese soltanto” spiega Christoph H. Muller, lo svizzero tedesco della multinazionale tanguera che include il transalpino Philippe Cohen Solal e l’argentino Eduardo Makaroff (il quale, dopo vent’anni di permanenza parigina, ha chiesto e ottenuto a sua volta la cittadinanza francese). “Io e Eduardo”, aggiunge, “abbiamo anche lavorato insieme su due colonne sonore, per un film francese e per una docufiction argentina intitolata ‘El gaucho’. Musica acustica, basata prevalentemente sul folklore locale. C’è stato anche un seguito, pubblicato sulla nostra etichetta di tango Mañana, e ci ha suonato anche Melingo, un ex rocker che poi ha collaborato anche al disco nuovo dei Gotan. In mezzo ci sono stati anche un progetto di country music americana e un disco di black music che ho realizzato con musicisti peruviani, ‘RadioKijada’ ”.

Elegantissimi in completo gessato e cravatta (nell’occasione del nostro incontro milanese Makaroff sfoggia anche un borsalino), i Gotan Project non rinunciano all’aura molto cool che li circonda, e a cui “Tango 3.0” tiene fede. “Stavolta abbiamo registrato quasi tutto a Parigi, comprese le sezioni di ottoni. Con Gustavo Beytelmann, il nostro pianista, arrangiatore e orchestratore, abbiamo discusso se fosse il caso di tornare a incidere a Buenon Aires, come avevamo fatto per gli archi di ‘Lunático’. Ma poi abbiamo considerato che in  Francia esistono molti ottimi musicisti jazz, e che i fiati che volevamo aggiungere alle registrazioni sono una rarità, nella tradizione del tango”. Non hanno rinunciato all’ugola di Cristina Villalonga, invece, ormai voce ufficiale del Project. Un altro passo avanti verso il tango canción ispirato a Carlos Gardel? “Già con il secondo album ci eravamo un poco distanziati dai dancefloor, abbandonando le cover e ricorrendo in maggior misura alla scrittura. Componiamo insieme in studio, ed è soprattutto Eduardo ad occuparsi dei testi”. “Sono molto influenzato dai poeti e dai parolieri classici del tango, c’è un secolo di tradizione letteraria a cui attingere”, spiega Makaroff. “Un pezzo coma ‘La Rajuela’ è il mio omaggio a Julio Cortázar, autore dell’omonimo libro (in Italia tradotto come  “Il gioco del mondo”) molto celebre negli anni ’60 anche per la sua struttura non lineare, che consente di leggerlo partendo da qualunque capitolo. Siccome evoca un gioco infantile famoso in tutto il mondo, abbiamo voluto corredarlo con un coro di bambini argentini e io ne ho tratto una piccola parabola filosofica. Per coincidenza, abbiamo scoperto che Cortázar ha vissuto il suo ultimo anno a Parigi proprio nello stabile in cui abbiamo il nostro studio di registrazione…”.  E che c’entra invece Victor Hugo Morales, la voce appassionata del calcio argentino che impazza sul primo singolo “La gloria”? “Tango e football sono le due grandi passioni nazionali, parte integrante della identità argentina”, spiega Eduardo ricordando che “nell’86, ai tempi dei Mondiali in Messico, venni chiamato a cantare una canzone per il  film ‘Tango – El exilio de Gardel’ di Fernando ‘Pio’ Solanas. Il brano accompagnava il famoso gol di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra, con quell’incredibile dribbling da centrocampo. E la voce che in telecronaca commentava il gol, la trovi ancora su YouTube, era proprio quella di Morales”. “Hanno utilizzato la nostra musica anche per un documentario su Maradona”, aggiunge Muller, “e a noi piace molto giocare con la mitologia argentina. Però volevamo farlo in modo diverso, con un tocco di ironia. E dunque non abbiamo usato un sample, nella canzone Morales commenta l’interazione tra i Gotan Project come se si trattasse di una squadra di calcio. E il suo classico urlo goool, per noi è diventato Gotaaaan!”

Un’altra celebrità internazionale, il re del voodoo blues Dr. John, presta il timbro del suo organo Hammond al brano d’apertura, “Tango square”: “Il titolo”, spiega Cristoph, “è ispirato al nome della famosa piazza di New Orleans, Congo Square, e il pezzo ha un’atmosfera swamp blues. Il suo coinvolgimento è stato quasi casuale. Philippe era andato a New Orleans per registrare con un artista influenzato dalla musica cajun, e Dr. John si è presentato in studio per cantare un duetto. Ne abbiamo approfittato per invitarlo a collaborare anche con noi: ne è venuto fuori un pezzo che esplora le radici blues e nere del tango”. Non l’unico a manifestare influenze “yankee”, tra un “Panamericana” dal sapore country&western rivisitato alla Wall Of Voodoo e un ‘De hombre a hombre’ con atmosfere alla spy story. “E’ vero, il mood un po’ astratto di quel pezzo è avvicinabile al mondo di David Lynch. Ma anche all’Orson Welles di ‘Touch of evil’ (‘L’infernale Quinlan’), con il suo miscuglio di rockabilly e di musica messicana, o ai vecchi film noir argentini degli anni ’40 in bianco e nero. Ci piace la musica del Sud degli Stati Uniti, ed esplorare anche questo confine è un modo di  espandere l’universo del tango. Con ‘Panamericana’ abbiamo sperimentato la mescolanza tra il bluegrass e il ritmo della milonga, ci piace verificare se queste commistioni funzionano e fino a che punto ci possiamo spingere. Cerchiamo di essere coraggiosi, ogni volta diversi. Lì dentro c’è anche qualche influenza nascosta di Led Zeppelin e di Dire Straits… In un altro pezzo, ‘Desilusión’, abbiamo utilizzato un rtimo ska in levare, simile a quello della marcia o della murga di Alberto Castillo.  Cerchiamo di tracciare paralleli musicali poco ovvi: meglio ancora se ci sono dei fondamenti storici e concreti a rafforzarli, piutosto che inventarli sulla carta. Quando andiamo in studio a incidere, ascoltiamo un sacco di musica per prendere ispirazione: stavolta soprattutto il jazz di Dizzy Gillespie e di Duke Ellington, che ci è venuto molto utile per gli arrangiamenti della sezione fiati. E poi jazz etiope, musica elettronica, e molto tango tradizionale degli anni ’40”. Lo specialista del campo è ovviamente Makaroff, gran collezionista di dischi che segue con attenzione anche le ultime evoluzioni del genere. “Oggi in Argentina la scena electro tango si è radicata, e il tango stesso vive una fase molto dinamica che coinvolge molti giovani musicisti.  Del resto stiamo parlando di uno  dei generi musicali più importanti dell’ultimo secolo,  e in particolare della prima metà del Novecento. Allora il tango fece il giro del mondo e venne adottato da altri Paesi, da altre culture: Francia, Romania, Turchia, Egitto, persino la Finlandia… E gli Stati Uniti, con Rodolfo Valentino. Si è sviluppato un repertorio classico, con tanti interpreti e pochi creatori, Astor Piazzolla a parte. Oggi, quarant’anni dopo, le cose sono cambiate, e l’ispirazione sembra non avere più limiti”. “La tradizione era insuperabile”, interviene Muller, “per andare avanti il tango aveva bisogno di mutare pelle”. In Italia i Gotan Project hanno uno dei loro maggiori mercati internazionali (250 mila copie vendute con i primi due album). C’è posto anche per il Bel Paese, nel loro universo poliglotta? “Certo”, risponde Cristoph, “basta pensare a quanti immigrati italiani ci sono in Argentina, o ai dischi fondamentali che Piazzolla ha inciso da voi. Quando studiavo musica elettronica negli anni ’80 mi sono innamorato di quel disco dei Matia Bazar che si intitolava, appunto, ‘Tango’. Davvero un grande album, con quel suono ottenuto attraverso i primi computer Macintosh. Ero un loro grande fan”.

 

 

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