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L'Alexandra Palace, che i londinesi chiamano confidenzialmente Ally Pally, sta su una collina distante dai rumori della metropoli. Una cattedrale laica e un po' fané circondata da prati, laghetti e giardini, di architettura vittoriana e dai soffitti altissimi, con un enorme rosone centrale, un vetusto organo a mantice e una fama leggendaria di vecchio tempio della musica psichedelica. Ancora una volta (ricordate i set meravigliosi del Dvd "Heima"?) i Sigur Rós hanno dunque scelto un luogo suggestivo e perfetto, per mettere in scena le performance raccolte in questo doppio album dal vivo. Perfetto, anche se la cinepresa di Vincent Morisset (per il film in bianco e nero presentato in anteprima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia e incluso nella confezione come Dvd) stavolta si concentra esclusivamente sui gesti, le espressioni e i movimenti dei musicisti in azione sul palco sottolineando la dimensione introspettiva del concerto ("Inni", in islandese, significa "dentro): perché i bagliori di luce, le sciabolate di feedback, i rombi di tuono e il pulviscolo sonoro modellati dalla band islandese materializzano in fondo nuovi "sogni in technicolor", come quelli che una sera di fine aprile del lontano 1967 proiettarono su quello stesso palco Soft Machine, Move, Pink Floyd (alle prime luci dell'alba) e molti altri. Altri tempi, altri suoni. Ma i Sigur Rós, che all'Ally Pally si sono esibiti per due sere nel novembre del 2008, custodiscono un fascino arcano d'altri tempi, un codice linguistico apparentemente incomprensibile che le folle sono misteriosamente in grado di decrittare (ascoltate gli applausi scroscianti con cui il pubblico inglese accoglie i pezzi più famosi del repertorio). "Við spilum endalaust", quinto pezzo in scaletta (riproduzione fedele di quella dei concerti, con un brano in meno) è quanto di più vicino possano forse esprimere al pop contemporaneo: come dei Coldplay (primo periodo) esoterici, proiettati in un'altra dimensione e lontanissimi da qualunque preoccupazione di mercato. Più facile, sull'onda della suggestione dell'Ally Pally, apparentarli ai primi Pink Floyd, proprio quelli del '67 con Syd Barrett ancora in formazione: il remoto borbottio, la nota fissa e l'organo solenne che introducono "Svefn-g-englar", pietra angolare di quel "Ágætis byrjun" che nel 1999 li rivelò a uno stupefatto pubblico internazionale (oltre che a Cameron Crowe e a una schiera di registi e documentaristi), sembrano arrivare dalle stesse remote galassie, anche se in tempi e attraverso rotte stellari differenti. E' il manifesto glorioso del modulo Sigur Rós, dieci minuti di sospensione spaziotemporale adagiati sui loro territori prediletti all'incrocio tra improvvisazione e melodia, noise e ambient, i ghiacci e le eruzioni vulcaniche dei loro silenti e sterminati paesaggi islandesi. Una musica come sempre "atmosferica" e naturalistica, che dal vivo - e anche in questa forma stringata, quartetto "rock" senza sezione d'archi - amplifica sempre la sua capacità di suggestione evitando anzi ogni rischio di diventare leziosa. Sono strutture semplici, quelle che adottano gli islandesi, ma elastiche e poliformi: respirano lento e profondo, prima di evaporare col falsetto di Jónsi e di farsi scuotere dalla sua chitarra con archetto per esplodere talvolta in finali percussivi, distorti e parossistici ("Glósóli", una messa cantata). Oppure risolversi nella semplice forma di ballata per voce e pianoforte ("Fljótavík", "All alright", primo brano cantato in lingua inglese del repertorio), in post rock ossessivi ("Með blóðnasir"), in filastrocche infantili con reminiscenze beatlesiane ("Inní mér syngur vitleysingur"). Qui "Hoppípolla", "Festival" e altri classici vecchi e recenti suonano più primitivi, intensi e intenzionalmente "dark", avviluppati in turbini sonori potenzialmente tendenti all'infinito, mentre la voce di Jónsi (produttore dell'album) trasporta su altitudini vertiginose il cupo arpeggio chitarristico di "Ný batterí" e la lava incandescente di "Hafsol". "Sæglópur", un temporale di suoni che si gonfia di distorsione nella lunga sezione finale, è un piccolo capolavoro, "Popplagið" l'apoteosi conclusiva distesa in 14 minuti e 40 secondi di suoni frastagliati, sognanti, incalzanti e ipnoticamente ripetitivi. Una magia che si ripete, con i musicisti consapevoli di celebrare un rito che chiude un capitolo di storia (dopo quattordici anni e cinque album) guardando al futuro: l'ultimo pezzo, "Lúppulagið", un inedito di studio sommesso, pianistico e minimalista che sta dalle parti di Ryiuchi Sakamoto, è già il segnale di una nuova direzione, necessaria e chissà se altrettanto fruttuosa.





(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
CD1
"Svefn-g-englar"
"Glósóli"
"Ný batterí"
"Fljótavík"
"Við spilum endalaust"
"Hoppípolla"
"Með blóðnasir"
"Inní mér syngur vitleysingur"
"E-Bow"

CD2
"Sæglópur"
"Festival"
"Hafsol"
"All alright"
"Popplagið"
"Lúppulagið"





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