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Il modo in cui morì Bob Marley è una di quelle leggende che hanno contribuito ad alimentare l’aura di mito attorno a questo grande, enorme personaggio. Nel 1977 Marley si ferì ad un piede, giocando a calcio. Scoprì di avere un melanoma e gli venne detto che l’unico modo per salvarsi era l’amputazione del dito. Marley rifiutò, rispettando i dettami del credo rasta di cui era la voce e il volto più noto, e che prescriveva che il corpo non andava toccato con nessuna lama. Tre anni dopo, nell’estate del 1980 tenne gli ultimi concerti: alcuni in Europa, tra cui quello storico a San Siro, a giugno. Poi si imbarcò per un tour americano: dopo le date di New York ebbe un collasso, facendo jogging. Tenne ancora un ultimo concerto il 23 settembre a Pittsburgh, annullò il resto del tour e tornò in Europa per farsi vedere da degli specialisti, che però non riuscirono più a fermare la malattia, che ormai aveva raggiunto cervello e polmoni. Morì l’11 maggio del 1981 a Miami, mentre stava cercando di tornare in Giamaica.
“Live forever” è la registrazione di quell’ultimo concerto a Pittsburgh. Ecco, fa un po’ effetto pensare che quelle che oggi troviamo tra le mani sono le ultime note suonate in pubblico da Marley. E, a pensarci bene, fa ancora più effetto pensare che ci sono voluti più di 30 anni per avere una documentazione ufficiale di quella serata, inevitabilmente circolata in forma illegale per molto tempo. Ma, si sa, in questi casi l’eredità materiale dei musicisti non è facile da gestire, e così è stato anche per Marley.
Detto questo, il valore di questo doppio CD è grande ed è soprattutto emotivo. Le registrazioni sono state restaurate, e non sono mai suonate così bene. Ma “Live forever” non è il miglior disco live di Marley. Non arriva alle vette di “Babylon by bus”, e neanche a quelle del “Live” registrato al Lyceum di Londra del 1975. Ma non prendetela come una critica, perché questo è un disco da avere se amate il reggae: il Marley di questo concerto è meno carico, decisamente più “laid back”, ma non meno intenso. Per capire la differenza, fate un confronto tra le due versioni di “War”, quella qua presente e quella di "Babylon", e capirete cosa vogliamo dire.
Fatta questa precisazione, “Live forever” è un disco/concerto con una grande scaletta, con una stupenda versione di “Exodus”, tra le tante belle presenti. E pezzi come “Redemption song”, di fatto il testamento spirituale di Marley, eseguita come veniva suonata in quel periodo: partenza acustica, come nella versione più famosa, e poi i Wailers che entrano poco per volta, a partire dalle percussioni in là. O, ancora, “Get up stand up”, il finale del concerto e della carriera live. Anche se per qualche non precisato motivo, questa canzone e quella precedente, “Work”, hanno un pessimo suono, da bootleg, rispetto a quello ottimo del resto del disco.
Insomma, avete capito il concetto: “Live forever” non è la migliore esibizione live di Marley. Ma è comunque una documento importante, di grandissimo valore storico, emotivo e musicale.

(Gianni Sibilla)

TRACKLIST:
CD1:
"Greetings"
"Natural mystic"
"Positive vibration"
"Burnin’ and lootin’"
"Them belly full"
"The heathen"
"Running away"
"Crazy baldhead"
"War/No more trouble"
"Zimbabwe"
"Zion train"
"No woman no cry"

CD2:

"Jamming"
"Exodus"
"Redemption song"
"Coming in from the cold"
"Could you be loved"
"Is this love"
"Work"
"Get up stand up"

TAGS:

Bob Marley, live forever, Reggae

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