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THE BEGINNING
Dalla fine (il disco dell’anno scorso si intitolava “THE E.N.D.”, acronimo di “The Energy Never Dies”), i Black Eyed Peas tornano al principio: che per Will.i.am, inguaribile ottimista con una fede messianica nel cambiamento e nella tecnologia, incarna il passato ma anche l’inizio di un nuovo mondo colmo di opportunità. Da quelle premesse ha origine il suono celebrativo e festoso di “The beginning”, che ha il compito non facile di reggere il confronto con un album monstre (“THE E.N.D.”, appunto) venduto in 11 milioni di esemplari e zeppo di smash hits planetari (6 milioni di download solo con “I gotta feeling”!). Sono numeri da capogiro, percentuali bulgare di consenso tanto più impressionanti nella frammentazione odierna dei gusti e delle tendenze, e che fanno dei B.E.P. un fenomeno ingiudicabile in termini di pure e semplici valutazioni artistiche. Dietro le quinte del loro fantasmagorico show c’è evidentemente una visione strategica, un progetto lucido e astuto, un programma probabilmente scientifico di rielaborazione in chiave ultramoderna di materiali già familiari al grande pubblico, e per questo facilmente riconoscibili e apprezzabili da una moltitudine di ascoltatori. Qualcosa di simile, nelle premesse (ma diversissimo nei risultati), a quel che fecero i Fugees a metà degli anni ’90: che allora si riappropriarono con destrezza di “Killing me softly” e di “No woman no cry” traghettandole nei territori dell’hip hop; mentre oggi, con “The time (Dirty bit)”, i Black Eyed Peas rimodellano il tema guida di “Dirty dancing” (“(I’ve had) The time of my life”, un paradigma sonoro degli anni ’80) a uso e consumo di chi allora c’era e delle nuove generazioni dalla memoria corta, trasfigurandolo in un implacabile schiacciasassi da dancefloor a suon di synth, autotune e accelerazioni/rallentamenti dei bpm. E certificando, nel contempo, il ritorno prepotente della dance music e della club culture al centro della scena pop, un fenomeno ciclico che sembra ripetersi a cadenze sempre più ravvicinate. E’ il biglietto da visita di un disco tutto concepito per il ballo, in cui i B.E.P. invitano ad accendere la notte, a suonare la musica a tutto volume e a non interrompere il party senza fine. Un album molto eurocentrico (nei suoni), e proiettato come il suo predecessore in uno scenario di futurismo vintage ben illustrato dalla copertina, con i volti dei Quattro stilizzati dalla computer graphica in versioni “8 bit”, alla maniera dei vecchi Pac-man. House e techno sugli scudi, dunque (l’ossessiva “Don’t stop the party” è il limite estremo); e anche se l’hip-hop non è completamente accantonato (“XOXOXO”, “Do it like this”) il termine di paragone immediato, a volte quasi imbarazzante, sono di nuovo i Daft Punk (e chissà se i due francesi si sentiranno onorati o defraudati). Le dodici tracce (quindici, nell’edizione deluxe) sono mixate in sequenza e quasi senza soluzione di continuità, come in uno di quei dj set in cui i membri del gruppo amano intrattenersi dopo i concerti: tant’è che quando, nell’introduzione di “Whenever”, spunta un arpeggio di chitarra acustica e la squillante voce di Fergie ha modo di svettare si drizzano automaticamente le orecchie. Sembra il preludio a una ballata pop ma è un falso allarme, dopo trenta secondi il ritmo torna padrone mettendosi in spalla tutto il resto. Will.i.am, del resto, è un Gran Maestro dei bpm, e dice bene Monica Herrera di Billboard quando scrive che risulta molto più credibile in quella veste che nel ruolo di rimatore col coltello tra i denti e di “criminale della parola” (ancora “Don’t stop the party”). Musicalmente sa indiscutibilmente il fatto suo, e conosce i suoi polli (sia detto senza offesa). E così, nell’oceano di bits&beats, abbondano citazioni e ammiccamenti: le chitarrine alla U2 e alla Coldplay di “Play it loud”, il basso pulsante anni ’70 di “Fashion beats”, i richiami di Fergie a Blondie e alle regine della disco, i riff rock di “Someday”, i cori da concerto e i ritmi in levare di “Light up the night” (che campiona “Children’s story di Slick Rick). Hanno una smisurata fiducia in se stessi, i B.E.P., e puntano sempre più in alto. Con una musica invasiva e multiuso, concepita, prodotta e mixata per lo stereo, gli iPod e i cellulari, per le suonerie e i videogiochi, per YouTube e le passerelle di moda (“Fashion beats” sembra un titolo programmatico e niente affatto casuale), per il 3D e la “realtà aumentata” che amplifica a 360 gradi le percezioni sensoriali. Al cospetto delle folle adoranti che li hanno accolti in ogni dove, si sentono come “campioni nello stadio” (“The best one yet”, uno dei pezzi chiave e più trascinanti dell’album): e ne hanno tutti i motivi, dal momento che dopo essersi esibiti ai Mondiali di Calcio in Sudafrica sono stati ingaggiati per il prestigioso e lucrativo half-time show del Superbowl 2011. “E’ l’inizio di una nuova era di dominio mondiale dei Peas”, ha già proclamato minaccioso Taboo. E non è un avvertimento da prendere sottogamba. Chi è pronto si lasci risucchiare dal vortice e dallo stordimento, gli altri stiano alla larga.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“The time (Dirty bit)”
“Light up the night”
“Love you long time”
“XOXOXO”
“Someday”
“Whenever”
“Fashion beats”
“Don’t stop the party”
“Do it like this”
“The best one yet (The boy)”
“Just can’t get enough”
“Play it loud”
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