I numeri, che secondo la tradizione non mentono, sembrano essere incontrovertibilmente dalla parte degli Iron Maiden: 35 anni di carriera, 15 album in studio, 10 live, 6 raccolte, 54 tra singoli ed extended play, 17 vhs e dvd, 20 tour (la maggior parte dei quali mondiali), più di 100 milioni di copie vendute al mondo... insomma, ci siamo capiti. Eppure questo nuovo "The final frontier", a dispetto dell'autorevolezza e delle tonnellate di rispetto che la band si è guadagnata, è una mezza delusione. Tanto che è un sollievo - per certi versi - sapere che non si tratta, come paventato, dell'ultimo capitolo della storia dei Maiden: sarebbe, infatti, stato un addio forse troppo azzardato, considerando il loro status.
Il problema - che quasi sicuramente affligge in maggior misura i fan di vecchia data, che non i più "freschi" - è che i Maiden del nuovo millennio sono una formazione molto distante dal panzer che dispensava bordate di NWOBHM ancora negli anni Novanta. Certo, non è un fulmine che giunge a ciel sereno (da un bel po' d'anni nessuno si aspetta più da Steve Harris & c. un nuovo "The number of the beast" o una replica di "Seventh son of a seventh son"), visto che dalla riconciliazione con Bruce Dickinson la virata verso un territorio più progressivo, fatto di brani dilatati e articolati, è stata palese; però in questo album la Vergine di Ferro porta la propria vena sperimentale verso un nuovo picco. Estremo, oserei dire.
Gli Iron di "The final frontier" richiedono un grande sforzo ai propri ascoltatori, vista la complessità delle trame di quasi tutti i brani: probabilmente è questo il problema più grande... le lunghe maratone (una composizione sugli otto minuti e mezzo, due oltre i nove e una che supera gli undici non sono bruscolini), i riff poco immediati, le linee vocali difficili e spesso non melodiche, per non parlare delle raffiche di variazioni in ogni pezzo sono davvero difficili da affrontare. Soprattutto per chi non ha smesso di identificare i Maiden con ciò che sono stati per molto tempo.
Ci sono solo cose negative, dunque, in questo lavoro? La risposta è no. In primo luogo perché - comunque - il disco è (come da tradizione) ben suonato, ottimamente confezionato e curatissimo. In seconda istanza perché il solo fatto che la band dopo 35 anni - praticamente una vita - sia ancora viva, vegeta e alla ricerca di novità è senza alcun dubbio encomiabile. E infine perché, effettivamente, chi ama essere sorpreso e apprezza l'eclettismo metallico, in questi 76 minuti abbondanti trova pane (e companatico) per i propri denti. Ammesso - e non concesso - che già a metà del lunghissimo brano-intro "Satellite 15… the final frontier" non venga assalito da una domanda martellante tipo: "Ma cosa hanno fatto agli Iron Maiden?".
(Andrea Valentini)
TRACKLIST
"Satellite 15… the final frontier"
"El Dorado"
"Mother of mercy"
"Coming home"
"The alchemist"
"Isle of Avalon"
"Starblind"
"The talisman"
"The man who would be king"
"When the wild wind blows"
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