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Un mondo in fiamme. Un mondo di lupi, piranha e carnivori dai denti aguzzi. Un mondo di tuoni che non si tramutano in pioggia. Di guerrieri della notte e di invasori dallo spazio, extraterrestre o limitrofo che sia. E’ il mondo violento e cupo dei Prodigy, tornati ai fasti del 1997 con la classica formazione che allora incise l’acclamato, durissimo, intransigente “The fat of the land” facendo traballare i dancefloor del mondo intero. Beh, “Invaders must die” è altrettanto duro, incazzato, intransigente. E molto più apocalittico. C’è Keith Flint, con la sua crestina gialla e i suoi tatuaggi a tutto corpo, tornato a urlare beffardo e a sputar bile nel microfono. C’è Maxim, l’altro vocalist, col suo toastin’ a rotta di collo. E c’è ovviamente Liam Howlett, il cervello e la spina dorsale dei Prodigy, lo stregone che in studio di registrazione mescola intrugli acidi e pozioni bollenti come d’abitudine. Sono cambiati, i Prodigy, dai tempi di “Breathe”, di “Firestarter” e della scandalosa “Smack my bitch up”? Mica tanto: oggi hanno un’allure orgogliosamente rétro, lo stesso atteggiamento da teppisti insolenti, la voglia di solleticare la rinascita di una rave culture ripiegata su se stessa. Semmai si sono ulteriormente incupiti, incattiviti: colpa dei tempi grami che viviamo, magari anche della disillusione causata dal neolaburismo che proprio dodici anni fa cominciava, con il primo mandato di Tony Blair, il suo cammino.
“Invaders must die” intitola e apre il disco dettando subito la linea: macerie e detriti sonori, sirene d’ambulanza e scenari postatomici percorsi da synth sibilanti, dardi sintetici, implacabili staffilate ritmiche. Musica da ghetto urbano, sempre e ancora ostinatamente underground con un’aria gelida da fantascienza che ogni tanto sconfina nel fumetto e nel videogame: perché anche quando fanno maledettamente sul serio i Prodigy non dimenticano (fortunatamente) il senso dell’humour e il gusto del paradosso. A prima vista, e al primo ascolto, l’album è un blocco granitico, un implacabile schiacciasassi con minime variazioni sul tema: il singolo “Omen” è un feroce, ronzante techno synth squarciato da una frase melodica che ricorda i Depeche Mode degli anni ‘80, “Thunder” vive di singhiozzi e ritmi spezzati, “Take me to the hospital” e “Warrior’s dance” di distorsioni e campionamenti vocali. Dave Grohl dei Foo Fighters presta a “Run with the wolves” braccia e muscoli con le sue percussioni “live”, mentre “Piranha” sembra fatta apposta per pogare (all’inferno?) e “World’s on fire” recupera addirittura la vecchia e classica “pianata house” dei bei tempi che furono. I Prodigy non cambiano strategia ma hanno aggiornato gli armamenti: l’effetto non è scioccante come dodici anni fa ma la potenza di fuoco, se possibile, si è amplificata: “undici nuove canzoni piene di dance/punk elettrico, rumore ed energia”, dice bene l’adesivo appiccicato in copertina. Nel loro implacabile frullatore i Furious Three macinano di tutto, ma dopo ascolti ripetuti rivelano orecchie attente e gusti più cosmopoliti di quanto si sarebbe portati a supporre. Campionano il ragamuffin’ e l’elettronica nordica (i finlandesi Pepe Deluxé), colonne sonore indiane e gruppi alt rock americani (Outlander, Breeders). Rielaborano una “canzone etiope per la pace” e proprio in chiusura sorprendono con un colpo spiazzante, inatteso: “Stand up” si aggrappa a una melodia contagiosa costruita sul sample di un vecchio hit 1969 della Manfred Mann’s Earth Band, “One way glass”, un inno all’unità e un invito ad alzarsi in piedi srotolato su un tappeto di fiati rhythm&blues. Un raggio di sole, finalmente. Poi leggi le note di copertine e scopri che Liam non dimentica di ringraziare moglie e figli. Anche gli hooligan del dance rock hanno un cuore, e tengono famiglia.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
“Invaders must die”
“Omen”
“Thunder”
“Colours”
“Take me to the hospital”
“Warrior’s dance”
“Run with the wolves”
“Omen reprise”
“Worlds on fire”
“Piranha”
“Stand up”

TAGS:

Elettronica, Invaders must die, Prodigy

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