50 anni di Moog: il contributo di Claudio Maioli

50 anni di Moog: il contributo di Claudio Maioli

Per celebrare i cinquant'anni dalla presentazione del primo modello di sintetizzatore Moog, Rockol ha chiesto ai più grandi interpreti italiani di questo strumento una testimonianza di prima mano. Questo il contributo di Claudio Maioli.

"Mentre non ho mai neppure sfiorato il grande Moog, quello (per intenderci) della colonna sonora di 'Arancia meccanica' e degli Emerson, Lake & Palmer, il Minimoog è stato il primo sintetizzatore che ho visto nella vita e su cui misi le mani. L'idea di comporre i suoni prima di comporre con i suoni era di per sé affascinante ma lo avrei capito solo più tardi: allora si trattò soprattutto di una serie di scoperte sensoriali e ludiche più che concettuali. Eppure avrei avuto gli strumenti per agire in modo più consapevole. Nei primi anni Settanta ero ancora studente di ingegneria elettronica, mi mancavano pochi esami e la tesi. Per ragioni che non ho mai compreso non mi venne l'idea, che pure sarebbe stata ovvia, di mescolare e conciliare i miei studi con la passione per la musica, che avevo manifestato fin da bambino studiando il pianoforte. Così mi divertivo a smanettare senza riflettere troppo sulle componenti della macchina e i suoi principi di funzionamento: provavo i generatori, giravo le manopole anche un po' a caso, attivavo i filtri, impostavo gli inviluppi e, trovato un suono attraente, lo registravo su nastro, magari modificandolo in tempo reale: insomma, improvvisavo per lo più senza progetto e lasciandomi guidare dall'orecchio, dall'estro del momento.

Nel 1974, poi, a un anno dalla laurea, ebbi la mia prima occasione professionale partecipando alla realizzazione dell'album 'Anima latina' di Lucio Battisti (di cui quest'anno ricorre il quarantennale). La sala di registrazione negli studi della Fonoroma a Cologno Monzese era piena di strumenti, tra i quali ovviamente diverse tastiere: dal piano elettrico Wurlitzer all'organo Hammond, dalla celesta al Clavinet, dal pianoforte Gran Coda ai sintetizzatori, appunto. Già dalle prove in Brianza si capì che quel disco sarebbe stato il frutto di una lunga e continua sperimentazione e la sala di registrazione si sarebbe trasformata in un misto tra laboratorio e ludoteca per adulti ragionevolmente responsabili. Oltre che artista titolare, Lucio fu per noi collaboratori, in quel caso forse più che in altri, una guida, un facilitatore di eventi e insieme un complice, un compagno di giochi. Quell'esperienza ebbe tra i suoi non pochi pregi l'impiego contemporaneo di elementi acustici di matrice antichissima, come i flauti e le trombe, e modernissima come i sintetizzatori. Tra questi ultimi c'era naturalmente il Minimoog e a quel punto potei utilizzarlo in modo più consapevole, stimolato, oltre che dalla mia curiosità, da quella di Lucio, con il quale ebbi spesso il piacere di improvvisare alle tastiere dei lunghi dialoghi sonori.

Rispetto ad altri sintetizzatori presenti in sala, un pregio del Minimoog (così compatto eppure così completo) era che avevi la sensazione di potertelo mettere sottobraccio senza difficoltà portando con te, in ogni luogo, tutti quegli infiniti suoni possibili. Ma un altro paio di sintetizzatori furono determinanti per la mia esperienza: in 'Anima latina' l'Arp Odissey, con cui fui chiamato a creare per Lucio alcune sequenze melodiche complesse, e nel disco successivo, intitolato 'Lucio Battisti, il contrabbasso, la batteria e…', l'Arp 2600, una vera miniera di conoscenza. Lo studio del suo manuale d'uso fu l'occasione di capire finalmente per bene anche dal punto di vista teorico che cosa fosse un sintetizzatore e che cosa ci si poteva ricavare. Dieci anni più tardi avrei lavorato con un altro oggetto rivoluzionario, la Yamaha DX7. Ma questa è un'altra storia…".

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