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XTC
10 gen 2002 - 20 mag 1999 -

XTC

Con un box di quattro compact disc, intitolato "Transistor blast", gli XTC mettono a nudo i propri archivi, dando alle stampe il meglio di quanto eseguito e registrato nel corso degli anni per la BBC. Quattro volumi di canzoni che ci danno modo di attraversare la vicenda artistica di quello che viene da più parti considerato come il più versatile gruppo pop britannico, caposcuola per generazioni di songwriters. Ecco alcuni estratti dal booklet di accompagnamento al cd-box, che presentano le considerazioni di Andy Partridge e Colin Moulding a proposito di questo lavoro.

Le performance BBC "in concert" non sono realmente né carne né pesce. Le registrazioni di questo disco provengono da due spettacoli diversi che sono stati rappresentati al Paris Theatre di Londra, a metà pomeriggio, per un pubblico ristretto e compassato, presumibilmente con tutte "le luci" in piena e antisettica illuminazione. Certo, le "vibrazioni" di questi ‘special’, in mezzo a tutti quei pannelli e scalini di legno assomigliavano più a quelle di una lezione di anatomia del XVIII secolo che a quelle di un concerto rock.
Il pubblico, a differenza di chi ha avuto il permesso di una severa ma amabile zia di guardare di nascosto, sembrava che non avesse avuto il permesso di "entrare nell’atmosfera". Mentre noi ci concentravamo cercando di suonare bene per i milioni di spettatori che ci seguivano da casa, senza le solite cose dietro cui nasconderci, come luci di scena, alcool, o quel, diciamolo pure, senso esplosivo da kamikaze da concerto in provincia, premiato con il sonno.
Probabilmente ricordavamo più degli insetti impauriti che sbattono gli occhi accecati dal sole, che degli esperti musicisti pop che si scavano la trincea in vista della vittoria. Ma, sentendo questa roba per la prima volta in vent’anni, ho avuto una rivelazione che devo assolutamente condividere con voi. Vedete, essere all’epicentro del tornado pop XTC, ogni tanto, anche se il vento si è trasformato in più maturo e fragrante Maestrale, fa sì che la mia percezione di quello che abbiamo fatto sia sempre stata molto diversa da quella di chi sta all’esterno. Sicuramente il tempo ha costruito un divario così ampio fra il più vecchio e rilassato "me stesso" e l’ingenuo e iper-giovane che conduceva quel quartetto di furbetti alla Monkees/Beatles/Jetson, che ho fatto l’errore di pensare che tutto ciò che il "me stesso" più giovane faceva, era in un certo senso scoordinato e sbagliato. Beh, ho piacevolmente scioccato e deliziato me stesso, di fatto, sentendo questa musica, che fa l’effetto di un piede di porco imbevuto di sorbetto che ti colpisce in testa. Sì, quel "me stesso" di vent’anni fa cantava con un verso da foca che spaccava le casse. Sì, le sue canzoni erano fiumi di vaniloqui a go go. E, sì, il suono della sua chitarra assomigliava a Robby Robot che fa a pezzi gli scaffali del reparto stoviglie di Debenhams. Ma, finalmente, e questa è la rivelazione che devo farvi, posso perdonarlo. Non mi crea più imbarazzo. Né lui né il suo sparuto gruppo di complici ad orologeria al gusto di "agent orange" (trattasi di un defoliante usato nella guerra del Vietnam, ndt.) del crimine musicale.
Ascoltare queste sessions mi ha fatto sbellicare dalle risate pensando ai primi fuochi degli XTC. Gli scoppi epilettici da kick-boxing di Colin e il ritmo di Terry. Lo stile gotico-Liberace del piano di Barry, o la sua pericolosa musica all’organo. Un elettricista del Luna Park di Edward che tenta di riparare un saturnino motore di lavastoviglie.
Ma vi dirò di più. La parte "In concert" che ascolterete in questo cofanetto è in realtà un ibrido, fatto di due performance diverse, registrate a distanza di dieci mesi l’una dall’altra. La maggior parte dei brani sono un intero show del 9 marzo 1978, fatto da un gruppo molto sicuro di sé che aveva ripulito a dovere i vari pezzi notte dopo notte per tutto l’anno precedente. Gli arrangiamenti raggiungono una perfezione perversa, ma sono eseguiti con coreografica malizia e quella gran sicurezza che deriva dal duro allenamento in ore di lotta. La seconda serie di pezzi è stata registrata nel gennaio ’79, ma in quel momento eravamo già diventati un gruppo diverso. Dieci mesi di tournée non stop avevano lasciato il segno. Cominciavo ad avere problemi con Barry: sentiva, e a ragione, che cercavo di schiacciare il suo apporto ed il suo controllo del gruppo e, accidenti se eravamo esauriti. Per questo disco ho usato solo tre pezzi dello show del ’79. Avevo l’impressione che non stessimo suonando con passione e vigore. L’umore del gruppo era al limite e l’energia era a zero. Questo fu, purtroppo, l’ultimo concerto di Barry con noi. L’ultimo guizzo della crisalide dei primi XTC.
Per contrasto, lo show del 1978 ha invece una secca vitalità decisamente attraente, anche se, e credo che sarete d’accordo, proviene da un altro pianeta, un pianeta nuovo, non ancora segnato nelle carte ufficiali di quel tempo. Spero che vi piacerà il suo suono esuberante e da orecchio non ancora educato, ma anche molto raffinato, come tutta la buona arte genuina. Ci limitavamo ad ascoltare i nostri dischi preferiti, li copiavamo in modo sbagliato e veniva fuori questo. Allora gli XTC erano giovani, venivamo dalla grande "rock’n’roll Swindon" (gioco di parole tra il disco dei Sex Pistols "The great rock’n’roll swindle" e Swindon, cittadina della provincia inglese, ndt.) e ci piaceva dare fastidio alla gente, non sapevamo cosa diavolo stavamo facendo, ma lo facevamo a tutto volume.
Andy Partridge

Per me Maida Vale era il posto in cui Ray Milland aveva il suo attico nel film di Hitchcock "Delitto perfetto", e ha continuato ad essere così fino a quando sono arrivato col gruppo agli studi della BBC di Maida Vale, presso cui si effettuava la maggior parte delle registrazioni.
L’esterno dell’edificio assomigliava a qualche centro di ricerca, il Porton Down (centro di ricerca sulle armi biologiche, ndt.) dell’industria della musica, mentre all’interno ti aspettavano lunghi muri azzurro pallido, interrotti solo da porte che introducevano in stanze che assomigliavano a sale operatorie.
Simili istituzioni hanno i loro lati positivi, assomigliano a grandi mense che servono copiose quantità di cibo sovvenzionato, in cui si potrebbe incappare in un menu a base di Spotted Dick o Treacle Sponge (tipici budini poveri della cucina inglese, ndt.), ora in via d’estinzione in alcune parti del Paese. Ma cosa dire della musica che facevamo in quel luogo grigio? Ora ne ho un ricordo molto vago, ma le registrazioni su nastro provano che si trattava di vivaci versioni di canzoni che spesso sorpassavano gli originali degli album. "Life begins at the hop", per esempio, ha un migliore temperamento qui, il trio di chitarre che si scontrano fra loro è sempre stato uno dei miei pezzi preferiti. Mi piace pensare che quei pezzi di musica che mi appassionano possano appassionare anche altri, così come le note del basso di "Roads girdle the globe", suonata sulla nuova Fender Stratocaster (una chitarra da vero uomo, so da fonte certa). Sapevamo che gli originali erano al sicuro ed ecco che avevamo l’occasione di divertirci un po’, ma sempre al grido di "Vorrei averlo suonato così nell’album", in riferimento a qualche riff di chitarra che ci era sfuggito in precedenza.
Per quanto riguarda il processo di registrazione, nella mia ingenuità pensavo che John Peel, o forse Kid Jensen sarebbero stati presenti alle sedute, dopo tutto era il loro show, ma la realtà si rivelava un po’ meno sfavillante: uomini di mezz’età in pantaloni di fustagno e Clarks, alcuni con barba, che insistevano perché finissimo la seduta di registrazione entro le 10, per potere andare a bere al pub prima che chiudesse, senza dimenticare il produttore, che avrebbe potuto farsi vivo alle tre del pomeriggi strascicando le parole e alzando i volumi sbagliati.
Era un mondo cui si accedeva dopo una dura gavetta, un mondo di tecnici del suono sovraccarichi di lavoro che non vedevano le mogli da una settimana, tecnici di registrazione che si fumavano sigarette di nascosto in laboratorio mentre andavano a prendere un te alla mensa, senza tralasciare l’odore di carne trita e carote o simili che filtrava in tutto l’edificio, proprio come nei corridoi di alcune scuole elementari. Ma la musica non sembrava soffrire di tutto ciò e l’approccio "Ragazzi, diamoci una mossa" sembrava che si adeguasse in gran parte alla nostra macchina di performance dal vivo, sintonizzata con precisione.
Riesco ancora a vederci, riuniti intorno all’auto del manager ad ascoltare le registrazioni mandate in onda, agitati come scolaretti che attendono i risultati degli esami. "Sì, la batteria è venuta proprio bene, vero?"
Ora vi lascio nel corridoio pieno di correnti d’aria davanti allo studio, ascoltiamo di nascosto i ragazzi per un momento, no...non si riesce a sentire niente, vero? Cosa volete... questi studi hanno un perfetto isolamento acustico. Bussate alla porta ed entrate, non li disturberete. È ora che lasci l’argilla londinese e me ne torni a casa. Buona permanenza.
Colin Moulding

(07 gen 1999)

25 mar 2017    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place