« “FARGO ROCK CITY” - Chuck Klosterman» la recensione di Rockol

Chuck Klosterman - “FARGO ROCK CITY” - la recensione

Recensione del 12 ott 2012

(Meridiano Zero, 2012, 20 euro, 330 pagine)

Voto 7/10

La recensione


di Andrea Valentini

Questo libro è davvero un caso speciale. Perché riesce a fondere, confondere, mischiare e rimescolare almeno un pugno di generi di letteratura - l’autobiografia, la critica rock e la saggistica musicale – creando una sorta di Frankenstein barcollante, ma deliziosamente intrigante.

L’intento di Klosterman, dichiarato nella prefazione, sarebbe quello di scrivere un libro sull’heavy metal; poche righe dopo, però, diviene ovvio che in realtà vuole assemblare un volume su un fenomeno ben preciso dell’area metal, ossia l’hair metal (o glam metal), quello dei gruppi coi capelli cotonati, i vestiti colorati da donna, con gli spandex e con il mito del sunset Strip hollywoodiano – tra modelle arrapate, locali selvaggi, eccessi di ogni tipo e vita da rockstar intrisa di stereotipi da terza elementare.
Ebbene, cosa ne è scaturito, dall’idea iniziale? Di sicuro non un buon saggio sul metal, ma un ottimo (e lo ridico: ottimo) lavoro ai confini tra l’autobiografia e la sociologia. Perché Klosterman in realtà non ha assolutamente scritto un saggio, ma piuttosto ha utilizzato il pretesto del saggio per snocciolare una serie di aneddoti gustosissimi e umoristici (conditi da una divertente e urticante sagacia) sulla sua adolescenza da rockettaro nella più sperduta provincia redneck americana.
Per cui se siete in cerca del Santo Graal che vi sveli vita, morte, miracoli, segreti e dettagli sulla ciurma di band della risma di Motley Crue, Poison, Cinderella, LA Guns, Enuff Z'Nuff e compagnia cotonata, probabilmente vi toccherà attendere un’altra pubblicazione. Se, invece, siete anche voi amanti del gonzo journalism e delle storie vere, magari che parlano di situazioni non inflazionate e decisamente peculiari, allora questo è uno dei libri rock dell’anno (nonostante, purtroppo, l’originale in lingua inglese risalga a ben 11 anni fa). Perché Klosterman riesce a farci rivivere i nostri giorni da adolescenti rock, un po’ sfigati e spaesati, ingenui ma convinti di avere qualcosa da fare e da dire.

Tutt’altro discorso, invece, quello sul dato fattuale: Klosterman inanella una serie di gaffe imbarazzanti, arrivando a inserire i tedeschi Helloween nel filone glam e i Metallica nell’hard (ma sono solo due menzioni a caso…). Tutto ciò, comunque, non è sintomo di scarsa credibilità… il fatto è che l’autore era semplicemente un ragazzino rockettaro sperduto nelle campagne e non un metallaro scafato. In questa dimensione spazio-temporale i confini si fanno inevitabilmente labili, le informazioni latitano e prendono forma teorie, idee e cartografie musicali tanto bizzarre, quanto inesatte.
Un libro divertentissimo e consigliato, ma – mettiamola così – non di certo coerente rispetto ai presupposti giornalistici della sua nascita.

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