«IL DIVINO ALCHIMISTA - Dalila Ascoli» la recensione di Rockol

Il percorso mistico-esoterico di David Bowie

La recensione di Paolo Madeddu

Recensione del 11 ott 2022

Arcana, 336 pagine, 19 euro

Voto 7.5/10

La recensione

L’autore di questa recensione ha più volte declinato l’invito di Rockol a recensire il libro di Dalila Ascoli, adducendo motivi di opportunità e, per usare una parola desueta, eleganza. L'uscita di un suo libro su David Bowie che andrà ad aggiungersi a un altro già pubblicato potrebbe suscitare il lecito sospetto di un conflitto di interessi (tanto per usare un’altra espressione caduta in prescrizione). Con quale credibilità si possono muovere obiezioni a un testo, senza sottintendere in qualche modo che il proprio testo è più completo (“…e quindi comprate il MIO, signore e signori!”).

Tuttavia il problema non si pone realmente, perché il saggio di Dalila Ascoli è solo relativamente interessato alla musica, privilegiando il percorso artistico della rockstar in questione, ma soprattutto quello mistico-esoterico. Non lo si nota subito, perché l’autrice è molto preparata anche sulla produzione discografica, ma all’interno di essa opera una selezione che privilegia la sua area di interesse specifico. Tutto questo fa sì, per capirci, che all’interno del libro non vengano mai citati Anthony Newley o Syd Barrett, Carlos Alomar o Reeves Gabrels, giusto per citare un po’ a caso alcuni tra i tanti personaggi-chiave per il multiforme percorso di Bowie. In compenso, uno dei personaggi più ricorrenti è un nome che di solito incombe nelle biografie dei Led Zeppelin, l’esoterista Aleister Crowley, i cui simbolismi per iniziati fecero sbottare un famoso satanista dilettante: “Signor Crowley, ma cosa avevi in testa? Hai preso in giro tutti con la magia. Signor Crowley, vuoi cavalcare il mio cavallo bianco? Ovviamente è simbolico” (Ozzy Osbourne, Mr. Crowley, 1981). 

Il libro tiene fede alla promessa del titolo: David Bowie è presentato come un moderno profeta e mago, tra Cristo (“un Cristo gnostico che raggiunge un alto livello di illuminazione per diffondere un messaggio criptico all’umanità”), Cagliostro e Tesla, del quale diede del resto un’eccellente interpretazione. Tra le sue tante inclinazioni, la spiritualità e l’immagine vengono privilegiate rispetto a musica e letteratura. È un punto di vista legittimo, che magari non si confà a chi si chiede come e perché Bowie abbia composto "Life on Mars?" o "This Is Not America", ma dà moltissime utili chiavi a chi vuole addentrarsi nelle zone più enigmatiche dell’artista che nacque Jones e morì Bowie. Le parole “riff” o “blues” sono pressoché assenti dal libro, mentre le parole “archetipi” e “mitologemi” saltano fuori di continuo. Come molti dei saggi citati ne "Il Divino Alchimista", il discorso è sempre su un livello molto elevato. Questo perché, tanto per fare un esempio, “Bowie condivide con i termini éidõlon, icona e star, la loro fondamentale natura di artifex. Con l’elogio dell’artificio e la creazione dei suoi innumerevoli alter ego, Bowie in qualità di artifex risveglia la potenza seduttrice e carismatica dei suoi personaggi”.

Libera dagli schemi tipici dei biografi musicali, Dalila Ascoli non perde tempo a confrontare hit e flop, e men che meno a discutere di chitarristi, in un universo in cui i preraffaeliti sono più rilevanti dei produttori discografici (…ammetterete che un universo così si presenta bene). Di "Young Americans" e di “Heroes” e "Let’s Dance" quasi non si parla, perché l’invito è a considerare soprattutto certi alter ego e certi dischi. Soprattutto "Station To Station", "1. Outside" e "Blackstar", album davanti ai cui testi enigmatici molti di noi abbozzano come davanti a un’equazione astrusa sulla lavagna - eppure sono parte fondamentale del percorso di Bowie. Perché il piacere di ascoltare le hit di Bowie, da "Rebel Rebel" a "Fame" a "China Girl", ha a che fare anche col sapere che, altrove, l’affabile intrattenitore da talk show poteva anche essere oscuro come James Joyce. Così, il libro vuole presentare “La carriera di Bowie come allegoria spirituale profondamente simbolica, una moderna storia d’iniziazione, un processo interiore-alchemico che deve avvenire dentro di noi in modo da essere degni di ricevere l’illuminazione. (…) Nel salutare il mondo corporeo, Bowie ha voluto realizzare un portale magico per altre dimensioni”. 

Ora, è abbastanza noto che un fan è sempre pronto a confermare la natura divina del suo idolo. La cosa non sfugge all’autrice, che conosce ma approva questa dinamica: non si diventa divi(ni) per caso, e “l’artista-mago David Bowie, attraverso le sue tecniche paradivinatorie, diventa il medium che celebra il rito di passaggio dal reale all’immaginario, dal mondo terreno a una dimensione altra, in uno scambio continuo tra l’una e l’altra dimensione”, e stimola in noi un “lavorio interiore che porta alla perfezione e alla gnosi; in una parola, ci invita a divenire noi stessi, una pietra filosofale”.

Bowie purtroppo ha ottenuto risultati alterni – per esempio, il qui presente recensore è più una testa di sasso che una pietra filosofale – ma non può negare che l’approccio di Dalila Ascoli dia risultati affascinanti per esempio nel tentativo di condurci nell’album-labirinto per eccellenza (tanto che è abitato da un Minotauro): "1. Outside", del 1995. Apparentemente, questo disco è complicatissimo anche perché in esso “si celano le fasi fondamentali del processo alchemico. (…) L’individuo smette di sentirsi separato dal resto del mondo, sviluppa autocoscienza, sente che l’anima si espande e vive la presenza dello spirito divino nel proprio corpo. Solo dopo la purificazione, l’iniziato diviene il Rebis alchemico, integrando la materia e lo spirito, il maschile e il femminile e ricreando se stesso nella figura dell’androgino, simbolo del corpo d’oro, della pietra filosofale”. 

Prima di rifiutare pregiudizialmente questa visione che fa sembrare Bowie il Divino Otelma, è il caso di notare che l’autrice è in grado di contestualizzare l’opera anche secondo canoni più consueti alla critica ortodossa: "1. Outside, scrive", “segna la nascita di un nuovo tipo di organizzazione narrativa: l’ipertesto, che può essere composto in maniera ogni volta diverso a seconda di chi lo legge. La scrittura agisce a più livelli: musicale, testuale, estetico e del significato. L’album è stratificato su più livelli semantici sovrapposti: il campo della realtà storica (la società distopica degli anni Duemila; la nascita dell’Art Crime e della nuova era digitale). Il livello storico si sovrappone al livello fittizio e crea incroci intertestuali e transmediali. Il contenuto della storia va oltre la narrazione e diventa esterno a essa, esistendo tra le righe e costringendo il lettore a un complesso esercizio di lettura”. Ed è una sintesi ineccepibile: l’esercizio di lettura è così complesso che anche il fan finisce per lasciare il disco sullo scaffale virtuale tornando ad ascoltare "Low", che nella sua depressione arancione è decisamente più agevole. Il punto è che ogni tanto Bowie chiede parecchio ai suoi ascoltatori, e in "1. Outside" come in "Blackstar" (ma anche in "The Next Day"), come nota giustamente l’autrice, “Il lettore/ascoltare intrappolato nel labirinto delle suggestioni e dei rimandi testuali deve seguire il filo di Arianna, affrontare gli ostacoli della criticità dei versi e trovare la sua personale interpretazione, una delle tante, perché Bowie ha sempre lasciato aperte tutte le spiegazioni, senza validarne nessuna”. D’altra parte, non è detto che ne avesse. In particolare con "1. Outside", il sospetto è che a un certo punto la costruzione “non lineare” si sia riempita di enigmi che lo stesso Bowie non sapeva risolvere – e come Dedalo, non sapendo realmente trovare l’uscita dall’edificio da lui stesso creato, ne è volato fuori, salvo promettere/minacciare periodicamente di aggiungere altri numeri al programmatico 1. del titolo, con dei sequel mai apparsi nonostante le ore e ore di materiale registrato.

L’osservazione che viene da fare (dal basso) a questo saggio è che inevitabilmente rimane fuori qualcosa del Bowie un po’ gaglioffo, sorridente ladro di spunti musicali altrui e battutista incallito, ma anche e soprattutto del Bowie che va per tentativi, e ogni tanto va divinamente a sbattere: il Bowie Absolute Beginner che a volte sembra perso nei suoi sogni di musicista e di artista. Il Bowie che compone la fatidica "Starman" in poche ore giusto perché la casa discografica fa notare che a Ziggy Stardust manca un singolo, oppure che escogita il suo commiato altamente simbolico, durante la lavorazione del video di "Lazarus", solo grazie a un suggerimento scherzoso di un astante. Nel racconto del regista Jonah Renck: “Qualcuno sul set disse: Potremmo concludere con te che entri nell’armadio – Bowie che rientra nel closet. David ci pensò per qualche secondo. Poi un grande sorriso gli illuminò il volto e disse qualcosa tipo: Oh, questo li farebbe scervellare, vero?“ Non possiamo sapere quanto, esattamente, stiamo proiettando le nostre fantasie e interpretazioni su qualcosa che a volte forse era più un gioco o un elemento casuale, che non un messaggio salvifico di natura divina. Ma su una cosa possiamo tutti concordare: anche solo per averci chiesto di guardare in alto, David Bowie ha fatto brillare qualche stella in tutti quelli che lo hanno ascoltato. 

Paolo Madeddu

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