«RISE - Hollywood Vampires» la recensione di Rockol

Hollywood Vampires, la storia si fa seria

Nel secondo album, i tre allegri ragazzi (quasi) morti contano meno sulle cover e più sugli originali. E spiegano, forse involontariamente, cos’è il vecchio rock nel 2019

Recensione del 26 giu 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Teddy aveva 12 anni, sniffava colla, è caduto da un tetto. Cathy se l’è cercata innaffiando 26 pasticche di Seconal con una bottiglia di vino. Bobby l’ha portato via la leucemia. Aveva 14 anni, ma sembravano 65. Rieccoli, i tre allegri (ex) ragazzi (che cantano di) morti. L’elenco dei cari estinti è tratto da “People who died” di Jim Carroll che gli Hollywood Vampires – ovvero Alice Cooper, Joe Perry e Johnny Depp – rifanno nel secondo album. Disco démodé e basato su luoghi comuni lievemente consunti, “Rise” ci spiega, credo involontariamente, che cosa rischia di essere il vecchio rock nel 2019: una cultura fatta di memoria e di morte.

Riassunto dei defunti precedenti. Il debutto “Hollywood Vampires” uscì quattro anni fa. Era nel nome un omaggio al club d’allegre bevute di Cooper negli anni ’70, cui partecipavano Harry Nilsson e John Lennon, di fatto era un tributo allo stile di vita dissoluto del rock e ai suoi eroi passati a peggior vita. Dentro c’erano rockettoni non memorabili, francamente risaputi, ma divertenti, parecchio chiassosi e suonati con una certa energia, tante cover, ospiti illustri e non per modo di dire (Paul McCartney basta?). Quattro anni dopo, il club è ancora infestato dai fantasmi. Pur essendo stato lanciato da “Heroes”, cover di una rock star defunta come si confà al progetto, “Rise” si basa molto meno sulle cover e molto più su pezzi originali cantati e brevi interludi strumentali che lo rendono più serioso.

Fin dall’attacco di “I want my now”, l’album apparecchia il suo bel catalogo di rockismi già abbondantemente sentiti, abbracciando un vasto mondo di suoni hard. Il senso dell’umorismo salva alcuni pezzi fra cui l’inno alcolico anti fake news “We gotta rise” e “Welcome to bushwackers”, con ospiti Jeff Beck e John Waters. Quest’ultimo è una specie di rockabilly in cui Cooper confessa che “fumavo e bevevo tanto e ancora lo faccio, quindi?”, Beck suona come sa suonare e il regista offre l’introduzione: “Buonasera signore e signori, benvenuti fuorilegge, stasera c'è la partita, ladri contro pistole, buon divertimento”.

A parte “Heroes”, stracelebre e sotto tono nell’interpretazione di Johnny Depp, questa volta la combriccola sceglie cover poco note. Niente “Another brick in the wall” o “Whole lotta love”, ma “You can’t put your arms around a memory” di Johnny Thunders cantata da Joe Perry con sensibilità da crooner, se Keith Richards fosse un crooner, e “People who died” che precede “Congratulations”, un pezzo recitato dai quattro – contando il chitarrista, produttore e co-autore Tommy Henriksen – sul senso della vita.

“Non devo dimostrare nulla”, canta a un certo punto Alice Cooper. È vero. Lui e Joe Perry non devono più dimostrare nulla a nessuno e possono cantare beatamente di nottate che somigliano a film horror. Ma se nell’esordio i tre invitavano a spassarsela senza farsi troppo domande, in “Rise” rilanciano. Sono una vera band, adesso. Il disco però è a tratti bolso e risaputo, privo del senso di divertimento sfrenato e della sensazione di pericolo che uno s’aspetterebbe da una combriccola del genere. Per apprezzarlo va accettata l’idea di ascoltare un’ora di musica basata su stili che in passato hanno trovato una realizzazione decisamente più brillante e con canzoni migliori.

TRACKLIST

01. I Want My Now (07:13)
02. Good People Are Hard to Find (01:02)
03. Who's Laughing Now (04:09)
04. How the Glass Fell (00:30)
07. The Wrong Bandage (00:28)
08. You Can't Put Your Arms Around a Memory (03:51)
09. Git from Round Me (04:22)
10. Heroes (04:08)
11. A Pitiful Beauty (01:27)
12. New Threat (03:33)
13. Mr. Spider (06:02)
14. We Gotta Rise (03:34)
15. People Who Died (04:56)
16. Congratulations (03:31)
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