«INTERLUDE - Jamie Cullum» la recensione di Rockol

Jamie Cullum - INTERLUDE - la recensione

Recensione del 20 ott 2014 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Dei precedenti lavori in studio di Jamie Cullum, "Twentysomething", "Catching tales" e "Momentum", su tutti, ci aveva colpito la grande abilità del cantautore e pianista britannico di riuscire a rimanere in equilibrio sul confine tra pop e jazz e di riuscire a essere tanto credibile nel cimentarsi con la popular music di qualità quanto nel proporre del jazz ben fatto. E nel corso degli anni, Cullum ha saputo furbescamente fare proprio di questo suo equilibrismo il punto di forza della sua carriera; furbescamente, sì: perché se da un lato ha continuato a sfornare dischi di ottima qualità (si pensi a "The pursuit" o a "Momentum", ad esempio, consegnati al mercato rispettivamente nel 2009 e nel 2013), al tempo stesso ha saputo ampliare il suo pubblico potenziale. Un po' come ha fatto l'illustre collega Michael Bublé, ad oggi più una popstar che una jazz-star.
Con questo suo nuovo album in studio (il settimo), però, Jamie Cullum ha deciso di ritornare ad esplorare territori musicali prettamente jazz, approfondendo il suo amore per il genere: lo ha fatto incidendo una serie di standard, dai grandi classici anni '40 a cover pop-rock più vicine ai giorni nostri. "Interlude" è nato dall'incontro tra Jamie Cullum e Benedic Lamdin, producer che lavora sotto lo pseudonimo di Nostalgia 77, amante - proprio come il songwriter britannico - della musica jazz: Lamdin ha condotto Cullum in uno studio di registrazione analogico nel nord di Londra e lì i due hanno lavorato insieme per tre giorni, avvalendosi dell'aiuto di alcuni musicisti inglesi poco noti quali Ross Stanley (pianoforte), James Allsopp (sax e clarinetto) e Fulvio Sigurtà (tromba) e del bassista, compositore e arrangiatore jazz Riaan Vosloo. Tre giorni in cui Jamie Cullum ha registrato un mucchio di brani, per lo più in presa diretta e solo in alcuni casi con l'aggiunta di qualche take in più.



Un album che ha visto Jamie Cullum confrontarsi con grossi nomi della storia della musica jazz, black e swing come quelli di Ray Charles, Stevie Wonder, Nat King Cole, Frank Sinatra, Dean Martin e Ella Fitzgerald; Cullum non si è limitato solamente ad reincidere questi brani, ma ha voluto quasi "reinventarli". E lo ha fatto in maniera estremamente originale, facendoli brillare di nuova luce: l'esempio più eclatante è rappresentato dall'inserimento di riff provenienti dalla versione di Nina Simone di "Ballad of Hollis Brown" (un brano che, nella sua versione originale, fu scritto da Bob Dylan nel 1964 e incluso all'interno del suo terzo album in studio "The times are a-changin'"), carica di ritmo e quasi "tribale", all'interno di un brano a metà strada tra il folk e l'indie pop come "The seer's tower" di Sufjan Stevens (per rendere giustizia al brano di quest'ultimo, dopo aver registrato in presa diretta la canzone, Jamie Cullum ha voluto inserire una linea d'archi discendente che apporta all'eclettica rilettura una certa dose di fascino). Un altro esempio significativo è rappresentato dalla presenza, all'interno di "Interlude", di una rivisitazione di "Don't let me be misunderstood"; noto ai più nella versione blues-rock proposta dagli Animals (e, in un secondo momento, da Jon Bon Jovi, Joe Cocker e Cyndi Lauper), il brano nacque come brano jazz scritto da Gloria Caldwell, Bennie Benjamin, Sol Marcus e Horace Ott (il nome di quest'ultimo, tuttavia, non compare nei crediti) per Nina Simone, la quale lo incise nel 1964. Jamie Cullum ha deciso di rifarsi proprio alla versione di Nina Simone, quasi volendo tracciare una genealogia della canzone, ospitando nella registrazione - una delle più riuscite dell'intero disco - una star del jazz come Gregory Porter.
"Interlude" è un album che si muove tra pacatezza e irriverenza e spazia da brani dalle atmosfere più statiche ad altri dalle atmosfere più dinamiche e movimentate; è un disco dall'ascolto piacevole e divertente, ma soprattutto di gran classe: sebbene tutte le tracce presenti nella tracklist si pongano su uno stesso (e alto) livello qualitativo, tre di queste si presentano all'ascolto come dei piccoli gioiellini. E sono, nell'ordine: "Don't let me be misunderstood" (con la presenza di Gregory Porter che apporta un ulteriore valore aggiunto); "Good morning heartache" (scritta da Irene Higginbotham, Ervid Drake e Dan Fisher per Billy Holiday, che la incise nel 1946: nel corso degli anni ne sono state realizzate altre versioni da cantanti quali Ella Fitzgerald, Etta James e Tony Bennett - in questa rilettura Jamie Cullum ha voluto ospitare Laura Mvula, per un duetto che funziona più che bene, con le voci dei due artisti che dialogano tra loro in maniera convincente e rispettando ciascuna i propri spazi); e "Don't you know", che non toglie nulla alla versione originale, proposta da Ray Charles, ma che è particolarmente apprezzabile per la capacità di Jamie Cullum di entrare dentro lo spirito della canzone.

Spontaneità e divertimento sono le cifre stilistiche che hanno caratterizzato le lavorazioni del settimo album in studio di Cullum e che contraddistinguono il risultato finale: "Volevo fare un album tecnicamente composto da standard. Sapevo di volerlo fare, ma senza pensarci troppo e senza dare molto peso a come sarebbe uscito o se sarebbe stata la giusta prosecuzione di 'Momentum'. E soprattutto, volevo divertirmi", ha dichiarato a proposito del disco il musicista britannico. Intenti, quelli di Jamie Cullum, che hanno portato ad un disco che ha visto il cantautore confrontarsi con coraggio con nomi grossi della storia del jazz e che rappresenta un'istantanea di ciò che il cantautore è in questo preciso momento della sua carriera: un jazzman che riscopre non solo le sue origini, ma anche quelle del genere in questione. Una piacevole sorpresa.
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