Firmano un contratto con la rinata etichetta Infectious (Ash, Garbage) per l'Europa e piano piano il loro eco raggiunge anche l'Italia, dove il nome inizia a circolare quasi come succedeva una volta, curiosando, per passaparola anche se ora tutto questo avviene molto spesso on-line, tramite blog e quant'altro.
A novembre ecco che arriva il loro album d'esordio “Gorilla manor” ed è una bella sorpresa. Il "fulmine" colpisce anche Aston Kutcher, il marito di Demi Moore e star di Twitter, che aiuta i Local sparando una loro cover di "Cecilia" di Simon & Garfunkel ai suoi 3 milioni e passa di "follower" sul social network.
Si resta immediatamente folgorati dalle prime cinque canzoni, quelle in cui le influenze folk e indie-rock vengono miscelate al meglio e con grande personalità. “Wide eyes” è un brano sognante, allegro e malinconico allo stesso tempo, veloce e tranquillo, un abbraccio padre/figlio tra Talking Heads e Vampire Weekend . Altra perla è “Airplanes”, dedicata alla scomparsa del nonno di uno dei componenti della band, un episodio maggiormente ispirato al folk e canto corale di Crosby, Stills & Nash o ai più attuali Fleet Foxes , sempre riletto però con maestria ed emotività. Sulla stessa scia “Sun hands”, altra bellissima canzone, forti influenze Sixties con quel pizzico di velocità in più che non guasta affatto, così come “World news”. “Shape shifter” si fa notare per i cambi di tempo e di sonorità, acustiche ed elettriche, veloci e sognanti, una canzone calda che ricorda i canadesi Arcade Fire (mai come “Camera talk”, forse troppo vicina al sound di Win Butler e soci).
Degna di nota anche l'ottima cover di “Warning sign” dei Talking Heads, riletta con il giusto equilibrio e rispetto verso un gruppo che ha sicuramente influenzato i Local Natives. Impossibile non segnalare anche “Stranger things”, cinque minuti e mezzo in cui avviene di tutto: pop orchestrale, atmosfere spensierate e poi cambi di tempo, cantautorato, tamburi: tre canzoni in una.
I restanti episodi, ovvero “Cards and quarters”, “Who knows who cares”, “Cubism dream” e “Sticky thread”, pur restando su alti livelli compositivi toccano troppo da vicino il folk-rock anni Sessanta e la band non riesce ad incidere personalmente sui pezzi, cosa fondamentale quando le influenze sono così limpide.
Insomma, il bilancio di “Gorilla manor” è indubbiamente positivo. I Local Natives hanno confezionato un disco ben suonato, capace di emozionare e di re-impastare con intelligenza gli ingredienti che i “padri” hanno tramandato. Un debutto in cui sette brani su dodici viene voglia di riascoltarli e che fa sorgere il dubbio su un possibile inserimento nella playlist dei dischi migliori dell'anno non è roba da poco. Non credete?