«THE INCIDENT - Porcupine Tree» la recensione di Rockol

Porcupine Tree - THE INCIDENT - la recensione

Recensione del 07 ott 2009

La recensione

“Sono nato nel ’67, l’anno di Sergeant Pepper e di Are you experienced?”. Ecco fatto. In “Time flies” - l’architrave del nuovo disco dei Porcupine Tree - Steven Wilson ci spiega da dove viene. Ha quarantadue anni, e ha fatto appena in tempo a gustarsi l’epoca in cui gli ellepì si ascoltavano sdraiati sul letto a occhi chiusi, o seduti in cerchio con gli amici intorno al giradischi-totem. Lui che gli iPod ama prenderli a fucilate o fonderli con la fiamma ossidrica non ha paura di passare per luddista-revanscista: il cuore del nuovo doppio cd dell’albero di porcospino (in realtà un disco e mezzo, circa 75 minuti complessivi di durata) è una mastodontica suite da 55 minuti, roba che nemmeno gli Yes dei tempi d’oro. E’ frazionata in quattordici tracce/movimenti che si intrecciano e rincorrono tra di loro, d’accordo, ma è sottinteso che va ascoltata tutta d’un fiato, senza soluzione di continuità. Magari sdraiati sul letto, e a occhi chiusi, prendendosi una pausa di sospensione dagli impegni quotidiani (che concetto démodé). Qualcuno fuggirà terrorizzato, ma se vi piace il genere e accettate la sfida non resterete delusi. Perché “The incident” è una bestia strana, ingombrante eppure agile, con una morfologia complessa ma un profilo compatto e filante. Un tecnologico dinosauro del Duemila, e dice bene Dave DiMartino su Yahoo: i Porcupine Tree sono forse gli unici a suonare progressive rock senza sembrare neanche un po’ rétro. La loro musica, più che mai, è una successione drammatica di chiaroscuri, tempeste e arcobaleni, delicate brezze acustiche e deflagranti scariche elettriche. Dentro ci trovi i Radiohead e molto Pink Floyd (“Dark side of the moon” e soprattutto “Animals”, questa volta): nella “Time flies” di cui sopra, che il suo autore definisce un brano “sentimentale”, c’è la saldatura perfetta tra “Sheep” e “Breathe”, il tocco gilmouriano della chitarra e il nostalgico lirismo watersiano. Il gioco dei rimandi potrebbe continuare all’infinito: accelerazioni spasmodiche alla Mars Volta e ricami eleganti stile Genesis periodo “Foxtrot” e “The Lamb”, e vogliamo mica dimenticarci delle geometrie sghembe dei King Crimson, dei ricorrenti riff in puro stile nu-metal, di quell’industrial music violenta e cupa alla Nine Inch Nails? (nel descrivere “The blind house”, un altro episodio della suite, un altro recensore cita Linkin Park ed Emerson, Lake & Palmer: accostamento un po’ forzato, forse, ma rende l’idea). La buona notizia è che non suona (quasi mai) come posa stucchevole, fine a se stessa. Dei Sessanta e Settanta qui si celebra soprattutto lo spirito libero e spavaldo, coraggioso e perché no anche autoindulgente. Wilson, Barbieri, Edwin e Garrison vogliono costringerci ad ascoltare (magari in cuffia, o con un impianto 5.1), a prenderci il tempo necessario sforzandoci di capire. Ci aiutano evitando inutile sfoggio della loro perizia tecnica e tenendo imbrigliate, il più delle volte, le tentazioni magniloquenti. Lo stakanovista Steven (che ha appena pubblicato un bel live con i Blackfield) è un ragazzo quieto e di buona famiglia nato in un “paradiso suburbano” (ancora “Time flies”), ma qui scava ancora nelle sue inquietudini latenti esplorando gli accidenti della vita, storie di morte, dolore e follia, sedute spiritiche e incidenti automobilistici, che i mass media accumulano, distorcono e amplificano nel sentire collettivo. Poteva uscirne uno sproloquio indigesto, invece questo ciclo di canzoni “vagamente surreali” e inzuppate in uno spleen molto inglese è salvato dai suoi slanci lirici, dalle ariose aperture melodiche, dai ritornelli cantabili e facili da mandare a memoria. Un tunnel con la luce in fondo, e un disco che è davvero un viaggio avventuroso. Come ai tempi di Jimi e dei Fab Four, e pazienza se lì fuori ci sono X Factor e American Idol, mica Monterey o il Magical Mistery Tour.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD 1
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