«A GHOST IS BORN - Wilco» la recensione di Rockol

Wilco - A GHOST IS BORN - la recensione

Recensione del 19 lug 2004

La recensione

Il disco precedente dei Wilco, quel “Yankee hotel foxtrot” diventato un oggetto di culto per le sue premesse e per la sua storia travagliata (vedi News) prima ancora che per la musica che conteneva, aveva sconcertato più d’un estimatore di vecchia data, stimolato iperboli critiche (soprattutto sulla stampa inglese), venduto più dei dischi precedenti, proiettato la band nell’olimpo dei gruppi “cool” e suggerito qualche interrogativo. Ci si chiedeva, per esempio, se Jeff Tweedy potesse davvero diventare un improbabile anello di congiunzione tra Gram Parsons e Thom Yorke. Lui, il tormentato leader del gruppo di Chicago (fresco reduce da cure cliniche per liberarsi da una dipendenza da farmaci antidolorifici, vedi News), sembra effettivamente possedere qualcosa dell’uno e dell’altro: un fragile e postmoderno cowboy cosmico con tratti somatici country&western, malinconie honky tonk nell’animo e cicatrici rock&roll sulla pelle che tradisce però un’inquietudine, un senso di svagata inadeguatezza e una curiosità al nuovo assolutamente moderni. Un personaggio d’assoluta attualità, insomma, a dispetto delle sue origini tradizionaliste e revivaliste ai tempi ormai lontani degli Uncle Tupelo, pionieri del movimento alternative country americano. Già dal secondo album con i Wilco (l’enciclopedico, sorprendente doppio “Being there”), aveva dimostrato insofferenza per il ruolo prendendo irrimediabilmente le distanze da Jayhawks e compagni con buona pace dei puristi del genere.
Oggi la trasformazione può dirsi completata: le dodici canzoni di “A ghost is born”, che pure prediligono un atteggiamento in apparenza più “classico” e tradizionale rispetto allo sperimentalismo spinto del suo predecessore, sono opere mutanti, sfuggenti, alchimie e sintesi stilistiche a volte indecifrabili nella loro vulnerabile intensità poetica. Prendiamo “At least that’s what you said”, che lo apre: un’introduzione sussurrata e strascicata per piano, chitarra e voce non prepara alle combustioni e ai contorcimenti di chitarra elettrica che ne seguono due minuti dopo, con un brusco voltar di pagina. Come se nella camera da letto di Tweedy, intento a strimpellare per conto suo, facessero improvvisa e rumorosa irruzione un Neil Young infuriato con tutti i Crazy Horse al seguito. E che dire di “Spiders (Kidsmoke)”, un dance rock metronomico che richiama alla mente l’europop di Depeche Mode e Kraftwerk, oppure i Gang Of Four, fino a quando le battute squadrate di chitarra ritmica e le rasoiate della solista lo teletrasportano al CBGB’s newyorkese anni ’70 dei Television? Qualche recensore ha voluto sottolineare le (innegabili) assonanze beatlesiane e harrisoniane di episodi come la marcetta di “Hummingbird”. Ma bisogna riconoscere a Tweedy che in altre circostanze i suoi riferimenti sono meno espliciti, e che nel suo modo di comporre e di suonare c’è qualcosa di originale e di diverso: così, per esempio, tra i delicati ricami a sei e dodici corde di “Muzzle of bees” (la più vicina alle “radici” tradizionali del musicista) e nella luminosa “Company in my back” servita con il supporto di una strumentazione non proprio standard (i crediti di copertina confermano: dulcimer a percussione, stilofono e sintetizzatori modulari). Attraverso ballate per chitarra e pianoforte quiete o morbidamente ritmiche, Tweedy materializza i suoi demoni personali (e “Hell is chrome” il suo diavolo è seducente quanto e più di quello raffigurato dall’iconografia classica del blues) e incubi fin troppo autobiografici (“Handshake drugs”), spiega che “i teologi non sanno nulla della mia anima” (“Theologians”), scherza con i miti del music business (“The late greats”: “Il più grande cantante di rock’n’roll deve essere stato Romeo”), cerca sollievo nella musica (“vale la pena di cantare una canzone se questo non ti aiuta?” si chiede in “Wishful thinking”). A volte può essere inconcludente (“The wheel” rotola via lasciando poche tracce), o irritante (l’interminabile e superflua coda elettronica di “Less than you think”). Ma le sue canzoni trasudano una franchezza, un’umanità e una capacità di dolorosa introspezione sublimate in limpide melodie da cui è facile farsi toccare.

(Alfredo Marziano)
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