«TRAMPIN' - Patti Smith» la recensione di Rockol

Patti Smith - TRAMPIN' - la recensione

Recensione del 14 mag 2004

La recensione

Ascoltando questo disco non si sa se deprimersi o esultare. La prima opzione è motivata dal seguente ragionamento: che tristezza che per ascoltare un disco di grande rock ci si debba rivolgere ad una ultracinquantenne… Che tristezza che, di fatto, negli ultimi decenni non ci siano state alte rockeuse in grado di essere all’altezza delle cose fatte nella sua carriera da questa orami attempata (ma non doma) signora. Forse solo PJ Harvey è stata in grado di trovare una carica simile alla “poetessa”. Però che tristezza, il panorama del rock femminile internazionale (e anche un po’ quello maschile)...
La seconda opzione si motiva da sola, all’ascolto di “Trampin’ ”: signore e signori, ecco un disco di Rock come Dio comanda. Intenso, rabbioso, energico, visionario, passionale, ma anche introspettivo e tenero. “Trampin’” arriva a quattro anni dall’ottimo “Gung Ho”, e a 8 dal ritorno sulle scene con “Gone again”. Segna il debutto di Patti Smith su etichetta Columbia, dopo la fine del contratto con la Arista, che aveva pubblicato tutti i suoi dischi precedenti. E’, praticamente senza dubbi, il disco migliore di questa fase della carriera della nostra.
A molti è capitato di vederla nei suo passaggi recenti in Italia (la scorsa estate, lo scorso autunno e più recentemente un mese fa), sia con la band che nei concerti acustici. Al sottoscritto è sembrato di vedere un’artista in grande forma, onesta anche nelle sue contraddizioni (tanto che non si vergogna di avere concesso “People have the power” ad una pubblicità, anzi ti dice che l’ha fatto per i suoi figli), e ancora dotata di una carica incredibile. Una carica dimostrata in pieno da questo disco, fatto da canzoni sempre memorabili, dalle trascinanti “Jubilee” e “My blakean year”, alle più delicate “Mother Rose”, “Cash” e “Peaceble kingdom”, per arrivare alle progressioni di “Ghandi” e “Radio Baghdad”. Questi sono i tre modelli di canzoni che Patti frequenta in questo disco (e da sempre): la canzone rock elettrica, la ballata elettroacustica e l’improvvisazione rabbiosa. E poi c’è la sua voce, bella più che mai, unica senza diventare parodia di se stessa (cosa che spesso capita ai cantanti che hanno un timbro e una vocalità chiaramente riconoscibili).
E poi va riconosciuto un grande merito anche a qualcun altro: Lenny Kaye, chitarrista che la segue fin dagli inizi e capace di creare – insieme a Oliver Ray, compagno attuale di Patti – la quintessenza del suono rock: chitarre pulite ma decise, mai una sbavatura, ma anche mai un vuoto.
Insomma, “Trampin’” è un grande disco, uno dei più belli usciti in questa parte di anno. Non c’è molto altro da dire, se non il consiglio, anzi l’imperativo di ascoltarlo.
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