«CAN'T BREATHE - Boiler Room» la recensione di Rockol

Boiler Room - CAN'T BREATHE - la recensione

Recensione del 25 ago 2000

La recensione

La Grande Mela ha partorito un altro bel figlioletto e come tutti i pargoli nati nel grembo di questa metropoli, anche i Boiler Room (questo il nome dei nuovi arrivati) risentono delle oscure influenze sonore che si agitano ansimanti nei suoi quartieri e nelle sue strade. Il debutto su Roadrunner è una collection di 11 pezzi che mescolano metal tradizionale, nu-metal e ritmi hip-hop alla maniera di Machine Head e Sevendust. La produzione dell’opera è affidata a John Travis, lo stesso che ha lavorato in passato con Kid Rock, mentre dietro al banco di regia siede Phil Nicolo, conosciuto per i suoi lavori con Life Of Agony e Cypress Hill. Con tali credenziali il nuovo disco dei Boiler Room non poteva che essere una bomba, ma come dice il detto: “Mai dire gatto quando ancora non l’hai nel sacco”. La cosa migliore quindi e sempre quella di dare un ascolto e giudicare. Comincia l’esplosiva “Do it again”, un canzone che possiede un forte carattere e una grande energia, la stessa che riesce a far saltare in maniera incontrollata ogni qualvolta ci si accorge di aver a che fare con un potenziale hit. Stesso discorso vale per la successiva “It’s real”, anch’essa capace di scatenare un furioso saltellare. Anche la chitarra a grattugia presente in “Patience”, unita da un ritornello orecchiabile e melodico è un valido motivo per non smettere le danze, così come la titletrack “Can’t breathe”. Nell’economia di questo esordio discografico non sono assolutamente lesinati né passione né carica, ma si prosegue con il piede ben premuto sull’acceleratore per tutti i 46 minuti e rotti del disco. Nessun miracolo e nessuna innovazione sonora passano dalla casa dei Boiler Room, ma in ogni caso gli si riconosce tranquillamente la capacità di saper proporre un buon hard rock moderno dalle diverse sfaccettature. Diamogli il tempo di crescere.
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