«DROPOUT BOOGIE - Black Keys» la recensione di Rockol

Black Keys, questione di groove

Il nuovo album "Dropout Boogie", elettricità, blues e mojo sudista tra passato e presente

Recensione del 14 mag 2022 a cura di Marco Di Milia

Voto 7.5/10

La recensione

L’orizzonte che Dan Auerbach e Patrick Carney sembrano fissare da sempre è quello delle grandi vie del blues. Con buona probabilità l’anima dei loro Black Keys si trova in uno dei tanti incroci disseminati tra strade che sembrano conoscere ogni segreto di intervalli, metriche e dissonanze. Se però il precedente “Delta Kream” era soprattutto un tributo alle influenze del Mississippi che ha fatto battere loro il cuore, nel nuovo “Dropout Boogie” il duo di Akron, Ohio, tira ora le fila del proprio sound in un nuovo equilibrio tra passato e presente.

Superato il traguardo dei vent’anni di attività, i due musicisti hanno ripreso dunque l’approccio istintivo che ne aveva caratterizzato gli esordi - e poi andato via via per levigarsi e arricchirsi con l'apporto di Danger Mouse in cabina di regia -, senza perdere però nulla della propria alchimia. Per questo nuovo lavoro, la regola base pare essere stata proprio una ritrovata immediatezza d'intenti. Un approccio del tutto diretto che in album di poco più di mezz’ora di durata riesce a trasmettere la sua sferzata di energia e groove attraverso le dieci tracce in programma.

Mojo & riff

Con un dichiarato spirito da “buona la prima”, “Dropout Boogie” mostra così tutta la divertita spontaneità di Dan e Pat, che dal riff ruvido e coinvolgente di “Wild child”, si snoda tra impennate elettriche e mojo sudista, in un mix di garage rock, roots, soul e quanto altro possa esserci nel mezzo. Le idee, come gli stessi autori hanno precisato, sono state messe a punto a Nashville negli studi di registrazione Easy Eye Sound di proprietà dello stesso Auerbach - che negli anni si è ritagliato anche il ruolo di affermato produttore -, invitando per la prima volta a prendere parte alla stesura dei brani anche una serie di ospiti di rilievo, quali Greg Cartwright, Angelo Petraglia, Sienna Farrell e il barbutissimo Billy F. Gibbons, impegnato a rendere ancora più torbido il giro di “Good Love”, ibridando volentieri i Black Keys con i suoi ZZ Top.

Ancora, spazio a una trascinante “You team is looking good”, come pure al moderno country di “For the love of money” e alle pulsioni R&B di “How long” e “It ain’t over”. I due mescolano in questo modo tormentoni chitarristici, ritornelli appiccicosi e ritmiche decise, che da “Your team is looking good” e “Happiness” fino alla conclusiva “Didn’t I love you”, mettono insieme la voglia di boogie richiamata esplicitamente nel titolo e il tipico mood anacronistico del duo, sempre in bilico tra ispirato cazzeggio e sentimenti alquanto difficili da gestire.

Diavolo d'un blues

Il risultato è un album capace di trovare, come ai tempi del grande exploit di “Brothers” e “El Camino” - e dei relativi Grammy conquistati -, equilibrio tra essenzialità e stile. Un po’ T. Rex e un po’ Allman Brothers, i Black Keys, uscita dopo uscita, avevano fatto volentieri pendere l’ago dall’una e dell’altra parte, lasciando intendere di farsi trasportare da una certa elasticità di vedute che li ha anche allontanati dalle loro vecchie radici. Evidentemente quando il diavolo del blues prende l’anima non va mai via.

Tracklist

01. Wild Child (02:44)
02. It Ain't Over (03:48)
03. For the Love of Money (03:31)
04. Your Team Is Looking Good (03:05)
05. Good Love (feat. Billy F Gibbons) (03:37)
06. How Long (03:20)
07. Burn the Damn Thing Down (02:57)
08. Happiness (03:44)
09. Baby I'm Coming Home (03:08)
10. Didn't I Love You (04:01)
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