New Radicals: «Salviamo il rock, stravolto dai media»

Gregg Alexander, ovvero i New Radicals. Il 28enne figlio di un idraulico del Michigan, dopo due album indipendenti a proprio nome «dal risultato commerciale più che disprezzabile», e dopo una romanzesca odissea personale, ha colpito il bersaglio con "You get what you give", brano che fa da apripista all'album "Maybe you've been brainwashed too", uscito in questi giorni anche in Italia. Alexander ha scritto, prodotto e suonato - insieme ad alcuni sessionmen - l'album, trascinato da un singolo travolgente. «Credo che alla gente abbia fatto piacere sentire una canzone che parlava degli argomenti che ci girano intorno», ha detto Alexander a Rockol. «Insomma, i media si occupano solo di Clinton e Lewinsky, e Marilyn Manson e Courtney Love sono l'aspetto musicale dell'eccessiva importanza data a cose che non cambiano per nulla la vita della gente». Oltre che con Manson e Hole, Gregg (personaggio curioso e interessante, se si amministra bene potrebbe essere una sorta di nuovo Peter Gabriel) nella canzone se la prende anche con Dust Brothers, Beck e Hanson: tutti quanti minacciati di essere "presi a calci" perché "siete solo roba finta buona per i giornali di moda". «Non mi sono certo fatto degli amici», sorride Alexander. «Ma non è con loro che ce l'ho; casomai con i media che li gonfiano. Comunque, questo è il rock, oggi; peccato che sia sempre meno divertente. Eppure non c'è niente che abbia la stessa forza. I Van Halen, Prince nel suo momento migliore... Quella era gente che ti faceva sballare. I Nirvana e il grunge? E cosa avevano da dire? Casino, Led Zeppelin rimasticati, e una sola idea: "Io, io, io". Per quanto mi riguarda, credo che i miei primi dischi fossero molto pretenziosi, tra Phil Spector e gli Steely Dan. Ma quando per la prima volta mi sono presentato con l'etichetta New Radicals e ho proposto al pubblico "You get what you give" e "Someday we'll know", ho visto una reazione incredibile da parte della gente, e ho capito che non sono il solo a sentire la mancanza del rock'n'roll».
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